
Il circo di Beko
10 Marzo 2026Sara Levi Nathan Patriota e filantropa Dal cinabro amiatino al cuore dell’Italia unita

La sua vita fu così densa di significati da rendere quasi incredibile che ancora oggi non le sia dedicata, in queste terre, la memoria che merita e politica italiana.
Sara Levi Nathan: patriota, filantropa e politica italiana. E’ Pierluigi Piccini, assessore del Comune di Piancastagnaio, a fare un affresco di questa donna protagonista di un pezzo di storia di queste terre e del nostro Paese. Nelle viscere del Monte Amiata, tra le rocce cinabrifere del Siele e del Morone, si celava un filo di storia destinato a risalire fino al cuore del Risorgimento italiano. Non è una metafora: il cinabro estratto in quelle gallerie alimentò capitali e relazioni che avrebbero contribuito a fare l’Italia. Il personaggio attorno a cui quel filo si annoda ha un nome preciso: Sara Levi Nathan. La sua vita fu così densa di significati da rendere quasi incredibile che ancora oggi non le sia dedicata, in queste terre, la memoria che merita. Sara era figlia di quella grande borghesia ebraica toscana che aveva abbracciato il liberalismo come fede civile prima ancora che come scelta politica. La madre apparteneva alla famiglia Rosselli, casato di antica tradizione patriottica, imparentato con quella rete di famiglie ebraiche che avevano fatto propria la causa dell’unità nazionale con una passione che mescolava identità religiosa e aspirazione civile. Non è un dettaglio secondario: quando Mazzini morì a Pisa nel 1872, era ospite in casa di Pellegrino Rosselli, cugino di Sara. Il Risorgimento era, per questa famiglia, una cosa di casa. Il legame con le miniere amiatine passava attraverso la famiglia del marito. I Nathan erano tra i soci fondatori dello Stabilimento Mineralogico Modigliani, costituito a Livorno nel 1846 per sfruttare i giacimenti cinabriferi del Monte Amiata. Il Siele, con le sue gallerie nel sottosuolo di Piancastagnaio, era il più grande giacimento dell’area; il Morone, nel territorio di Castell’Azzara, aprì i battenti nel 1873 e produsse il primo mercurio nel 1909. Quei proventi confluirono in un circuito di denaro e relazioni che teneva insieme finanza, politica e filantropia: il modo in cui la borghesia illuminata dell’Ottocento costruiva il proprio peso nella storia. Sara sposò un esponente della famiglia Nathan, legata alla grande finanza ebraica europea con ramificazioni che toccavano i Rothschild. Il matrimonio la collocò al crocevia tra finanza continentale e nazionalismo italiano, in una posizione che governò con intelligenza e determinazione. Rimasta vedova, si ritrovò con figli piccoli e un patrimonio da amministrare, e scelse di farlo con una libertà che era già, di per sé, un atto politico. Il rapporto con Giuseppe Mazzini fu il centro luminoso della sua vita pubblica. Sara ospitò l’esiliato, lo sostenne economicamente, ne condivise ansie e progetti. Quando Mazzini morì in quella casa pisana dei Rosselli, fu lei a raccogliere l’eredità morale del profeta repubblicano. Fondò le Domus Mazziniane e si adoperò per raccogliere, ordinare e rendere accessibili gli scritti del Maestro: un lavoro senza il quale buona parte di quella produzione sarebbe andata perduta. È grazie a lei che oggi possiamo leggere Mazzini. Con Garibaldi il legame fu più caldo e diretto. Sara appartenne a quella cerchia di donne che attorno all’eroe dei due mondi esercitarono una funzione concreta: finanziatrici, organizzatrici, custodi di reti clandestine. E combatté, con gli strumenti che aveva, le battaglie civili del suo tempo. Tra queste, la lotta contro la prostituzione femminile. In un’Italia dove la Legge Cavour istituzionalizzava il meretricio, Sara si impegnò nel movimento abolizionista con la stessa energia delle cause politiche: le donne ridotte in schiavitù non erano un problema d’ordine pubblico, erano cittadine da emancipare. Suo figlio Ernesto Nathan divenne sindaco di Roma dal 1907 al 1913, in quello che rimane uno degli esperimenti di governo municipale più interessanti dell’Italia liberale. Massone, laico, repubblicano, combatté la speculazione immobiliare in una città che cresceva vorticosamente, modernizzò i servizi, costruì scuole, si scontrò con il Vaticano con franchezza che gli valse ammirazione e nemici in uguale misura. Era il figlio di Sara: si vedeva. Le miniere del Siele e del Morone sono oggi patrimonio della memoria amiatina, dove il lavoro duro dei minatori si intrecciò con le grandi trasformazioni dell’Italia moderna. Ma c’è un filo, sottile e resistente come il mercurio che vi si estraeva, che da quelle gallerie risale fino a Mazzini e Garibaldi, fino alle strade di Roma e alle biblioteche dove gli scritti del Risorgimento sono conservati. Quel filo ha il nome di una donna che merita di essere ricordata come protagonista di una stagione irripetibile. Sara Levi Nathan: il Monte Amiata le deve almeno questo riconoscimento.





