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22 Marzo 2026
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22 Marzo 2026È citata una sola volta in relazione alla cultura nei «Quaderni del carcere» di Antonio Gramsci, eppure nel nostro Paese si è affermata come una categoria centrale nel dibattito sociale e politico. Un volume di Andrea Minuz ne valuta le interpretazioni: a sinistra funzionale alla superiorità morale; alibi permanente sul versante opposto
Dopo decenni di complessi di inferiorità, parte della destra ha trovato la propria mitologia identitaria nel fantasy di Tolkien e nella festa di Atreju: per l’autore, è la rivincita dei nerd che si sentono come in una saga epica. Ma il vero predominio oggi è dellatelevisione , che non solo racconta il populismo: lo rende un linguaggio e un metodo
di aldo grasso
«L’accento va tutto sul sostantivo, lasciando cadere quel “culturale” come un’eco, un orpello, un’esca». In Italia esistono parole che sopravvivono alla realtà che le ha generate. «Egemonia culturale» è una di queste. Da almeno trent’anni la politica italiana continua a evocarla come una presenza spettrale: una forza invisibile che spiegherebbe sconfitte elettorali, presunti monopoli intellettuali e squilibri simbolici. Il paradosso è che quasi nessuno sembra più sapere che cosa significhi davvero. È proprio questo spettro che Andrea Minuz decide di inseguire e smontare nel suo libro Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi Editore).
Il risultato è un saggio che, dietro l’apparente leggerezza del tono, agisce come una demolizione metodica, quasi divertita, di uno dei feticci più persistenti della nostra vita pubblica.
L’origine del mito è naturalmente Antonio Gramsci. Ma Minuz parte da un dettaglio filologico che dovrebbe già bastare a ridimensionare decenni di retorica: l’espressione «egemonia culturale» compare una sola volta nei Quaderni del carcere. Vale la pena di citare il brano che la contiene: «Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale» (paragrafo 3 del Quaderno 29, databile al 1935, intitolato Focolai di irradiazione di innovazioni linguistiche nella tradizione e di un conformismo nazionale linguistico nelle grandi masse nazionali).
Da lì, però, nasce una delle più longeve superstizioni politiche italiane. Per decenni la sinistra ha coltivato l’idea di una propria superiorità culturale e morale, mentre la destra ha trasformato la presunta esclusione da quel campo in un alibi permanente. Nel frattempo, la cultura reale cambiava, si frammentava, si commercializzava. L’egemonia, invece, restava come parola d’ordine, come formula magica da agitare quando serviva spiegare la realtà senza analizzarla.
La scrittura di Minuz è la vera arma del libro. Non è quella del professore «egemone», ma quella dell’osservatore ironico che preferisce smontare i rituali del potere culturale. Il racconto comincia con un prologo autobiografico: un’adolescenza nutrita di tv commerciale e film di Steve McQueen, lontana dall’austerità pedagogica degli ambienti intellettuali italiani. È solo arrivando all’università che l’autore scopre la verità più tipica del nostro Paese: qui la cultura non è quasi mai una passione o un piacere, ma una faccenda di schieramenti, un territorio da presidiare, persino con il fanatismo woke: «Una lingua in cui non c’è mai un “problema”, ma una “problematizzazione”, dove non si “agisce” ma si “performano ruoli”».
Per capire come si è arrivati a questa situazione, Minuz attraversa la lunga parabola della cultura progressista italiana. Al centro c’è la mitologia della «Casa Madre», la Einaudi del catalogo bianco, che per decenni ha funzionato come filtro ideologico e dispositivo di legittimazione. Pubblicare, recensire, insegnare, commentare: tutto partecipava a un ecosistema in cui essere intellettuali coincideva con l’appartenenza a un preciso orizzonte politico. Quell’universo, oggi, è sopravvissuto nella versione più mondana e autoreferenziale della cosiddetta «Repubblica delle Idee», un ambiente dove scrittori, intellettuali, musicisti, poi anche chef, influencer, tiktoker, attivisti convivono con una certa superiorità morale di ceto.
Il problema è che quella egemonia, se mai è davvero esistita, non esiste più da tempo. Eppure, continua a essere evocata come un fantasma. Da una parte sopravvive nei piccoli rituali autoreferenziali dell’intellettualità; dall’altra è diventata l’ossessione polemica delle destre arrivate al potere. Qui il libro diventa particolarmente tagliente. La nuova destra italiana denuncia da anni un monopolio culturale progressista, ma la sua risposta raramente consiste nella costruzione di una vera alternativa. Più spesso si traduce nella logica dello spoil system: occupare istituzioni, fondazioni, musei, canali televisivi.
Il capitolo più brillante del libro riguarda proprio la costruzione simbolica di questa contro-egemonia. Dopo decenni di complessi di inferiorità, una parte della destra ha trovato la propria mitologia identitaria nella narrativa fantasy di J. R. R. Tolkien e nei rituali politici della festa di Atreju. Minuz racconta questo passaggio con ironia quasi romanzesca: la rivincita dei nerd che immaginano la politica come una saga epica, con la stessa devozione con cui Samwise Gamgee accompagna Frodo Baggins verso il Monte Fato.
Ma la vera egemonia contemporanea, suggerisce Minuz, non è né gramsciana né tolkieniana. È televisiva. È qui che il libro diventa più feroce. Programmi come Le Iene, con il loro populismo della denuncia, hanno trasformato l’indignazione in format narrativo. I reality come Grande Fratello o The Apprentice hanno consolidato l’ideologia dell’«uno vale uno», mettendo in scena un mondo dove l’autorità culturale non esiste più e il talento è sospetto perché elitario. La televisione — scrive Minuz — è diventata una vera industria del rancore, dove il vecchio «pensiero critico» (un tempo appannaggio della sinistra) è stato shakerato con il cospirazionismo, diventando una sorta di all you can eat della rabbia sociale. In questo contesto, la cultura non appartiene più ai «titani» del pensiero, ma a chiunque riesca a catturare l’attenzione del pubblico. La televisione non si limita a raccontare il populismo: lo indossa come linguaggio, come estetica, come metodo. Il talk show è ormai una rissa permanente progettata per generare share, non conoscenza. Gli ospiti vengono scelti non per quello che sanno, ma per quello che fanno esplodere. La verità non è nei fatti, ma nel montaggio che produce indignazione.
Il finale del libro è anche il suo gesto più elegante. Invece di proporre una teoria salvifica, Minuz indica una figura che rappresenta l’opposto della cultura militante: Alberto Arbasino. Il suo stile cosmopolita, ironico, leggero diventa l’antidoto alla tetraggine pedagogica della tradizione intellettuale italiana. Arbasino dimostra che si può parlare di politica senza trasformare ogni frase in una predica civile: «La mia teoria è che l’Arbasino politico non si prende molto sul serio perché in Italia è inconcepibile essere politici nei temi ma musicali, aerei, leggiadri e funambolici nello stile. Argomentare senza nessun ditino alzato, ma prendendo casomai tutti per il culo con eleganza e frivolezza apparente. L’Arbasino politico non si prende molto sul serio perché in una cultura politicizzata, “ministerializzata”, irrigidita nei suoi schieramenti, divertirsi mentre si fa quello che si fa resta la trasgressione più grande, lo scandalo più imperdonabile. Negli anni Settanta Arbasino smonta come un vecchio giocattolo il Maestoso Discorso dell’Impegno e la retorica operaista, i tormenti dell’intellettuale civile e lo sperimentalismo parastatale, l’insopportabile bla bla bla dell’intossicazione ideologica e la vigliacca copertura culturale e antropologica del terrorismo».
Ed è qui che il libro colpisce davvero il bersaglio. La vera malattia della cultura italiana non è la mancanza di egemonia, ma l’incapacità di liberarsi dalla sua nostalgia. Troppi intellettuali continuano a immaginare un passato in cui la cultura guidava la società; troppi politici sognano di conquistarla come un ministero invisibile. Nel frattempo, la cultura reale si è spostata altrove: nei media, nelle piattaforme, nelle industrie dell’intrattenimento.
Con Egemonia senza cultura, Minuz compie un gesto raro nel panorama italiano: prende sul serio le idee senza prenderne sul serio i rituali. E mostra che, a volte, il modo più efficace per smontare un mito culturale è raccontarlo con precisione e con ironia, finché non resta ciò che è sempre stato: una parola molto ripetuta e sempre meno reale.





