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22 Maggio 2026NOVECENTO Il 25 maggio saranno trent’anni dalla morte dello storico dell’Italia fascista
Sono lontani i tempi delle polemiche intorno all’opera di Renzo De Felice, lo studioso dell’Italia fascista più discusso e influente. Tra gli anni Settanta e fino alla sua scomparsa, il 25 maggio 1996, la sua interpretazione del movimento e del regime mussoliniano è stata al centro di un dibattito di insolita durezza, esondato ben al di fuori dei confini del confronto tra gli storici. Da un lato, larga parte della cultura di sinistra ne ha contestato il revisionismo e il sempre più marcato distanziamento dalla storiografia di ispirazione antifascista. Dall’altro, De Felice ha lungamente polemizzato con quella storiografia, forte di una presenza nel sistema editoriale e nei mezzi di comunicazione di massa su cui ben pochi intellettuali poterono allora, e in seguito, contare.
DI QUELLE POLEMICHE ritroviamo ancora echi nella stampa di destra, dove De Felice continua a essere rappresentato come un pioniere solitario, lanciato all’assalto dei tabù imposti dalla fantomatica egemonia culturale di sinistra, e per questo incompreso, osteggiato e vilipeso. Si tratta soltanto, però, dell’ennesima manifestazione dell’inguaribile vittimismo della destra italiana. Per la ricerca storiografica, invece, quella stagione è chiusa da tempo. I lavori di De Felice fanno parte ormai del bagaglio di chi studia l’Italia del fascismo. Ne sono un pezzo imprescindibile, ma al tempo stesso sempre meno centrale.
Uno dei temi che più ha appassionato sia il pubblico, sia gli studiosi, ovvero il tema del consenso, appare oggi pienamente acquisito dalle ricerche. Lo scontro si accese con la pubblicazione, nel 1974, del quarto volume della biografia di Mussolini, dedicato appunto, come recitava il sottotitolo, agli «anni del consenso (1919-1936)». A ben vedere, in pochi già allora negavano che il regime mussoliniano fosse riuscito a durare a lungo non solo per gli apparati repressivi e la violenza, ma anche grazie alle organizzazioni di massa e alla capacità di ottenere adesione, condivisione e persino partecipazione da strati larghissimi della società italiana, in particolare delle classi medie.
Il tema, di per sé, era meno innovativo e dirompente di quanto la stampa e lo stesso De Felice facessero intendere. Ne discutevano in quegli anni, anche prima di De Felice, sia gli storici comunisti, sulla scorta soprattutto delle interpretazioni in tempo reale di Gramsci e Togliatti, sia, più timidamente, quelli vicini alla rete degli istituti della Resistenza. Si discuteva, semmai, e si discute ancora, sulla periodizzazione di quel consenso, sulla possibilità di misurarlo e sugli strumenti concettuali da impiegare, a partire dal dubbio, più che fondato, se effettivamente «consenso» sia il termine più adeguato per una situazione in cui non è possibile il dissenso.
L’APPROFONDIMENTO di quel tema avrebbe dovuto aprire una riflessione sulle responsabilità collettive, sulla presenza nella società di una diffusa accettazione o propensione per soluzioni liberticide, e, quindi, su cosa è stato trasmesso all’Italia postfascista. Invece, parlare di consenso è diventato, nel dibattito pubblico, un modo per difendere una visione edulcorata della dittatura, per sostenere che, in fondo, se tanti lo apprezzavano, il fascismo non poteva essere così terribile, o comunque lo era meno delle grandi dittature di massa coeve, quelle di Hitler e di Stalin. È un’idea, questa, in cui si sono ritrovati nel tempo sia i più inveterati neofascisti sia le star mediatiche del senso comune conservatore, da Indro Montanelli a Bruno Vespa.
Qui però si passa al piano degli usi pubblici del passato e delle distorsioni delle memorie. Tornando alla ricerca storica, su due altre questioni di grande rilevanza l’interpretazione di De Felice può essere considerata in larga parte superata. La prima inerisce ai limiti mostrati da una ricostruzione centrata sulla politica di vertice e sulle scelte tattiche e, soprattutto, dalla raffigurazione di un Mussolini, e quindi di un regime, più trascinato dagli eventi che agente di storia.
IL FASCISMO, INVECE, generò una cultura, un’ideologia, una visione del mondo, con cui diede forma e sostanza a un progetto totalitario per il controllo e la trasformazione della società. Negli ultimi decenni, numerose ricerche, al confine tra storiografia, sociologia, antropologia e studi culturali, ne hanno scandagliato origini e caratteristiche (basti pensare ai lavori di George Mosse e di Emilio Gentile, formatosi proprio con De Felice). Muovendo da un nazionalismo radicale, il fascismo esaltò la tecnica moderna in nome di una contrapposizione radicale ai principi dell’illuminismo e alle culture del progresso. Si propose di attuare una rivoluzione delle mentalità, dei comportamenti e degli stili di vita, per formare un «uomo nuovo», animato però da valori controrivoluzionari e antiegualitari (la gerarchia, l’ordine, lo Stato forte). E, in questo quadro, l’espansionismo coloniale, il razzismo e l’antisemitismo ebbero una rilevanza che per lungo tempo si è faticato a riconoscere: furono pilastri fondamentali dell’ideologia fascista, ben prima del consolidarsi dell’alleanza con Hitler e della formazione dell’Asse.
L’altro punto è relativo alla dimensione internazionale. Una dimensione che De Felice tese sempre più a sfumare o negare, enfatizzando differenze e contrasti tra il fascismo italiano e le altre esperienze, a partire da quella tedesca. Il fascismo, come mette in evidenza la ricerca storiografica più aggiornata, fu un fenomeno pienamente europeo, capace anche di esercitare un’influenza in America Latina e in Asia.
IDEE, TESTI, riforme istituzionali, modelli d’azione e di organizzazione circolarono da una realtà nazionale all’altra. In molti paesi si formarono gruppi e movimenti esplicitamente fascisti o che comunque traevano ispirazione dall’esempio italiano per qualche suo aspetto. Il governo di Mussolini volle proiettarsi oltre i confini nazionali, organizzando un’incessante propaganda rivolta a formazioni ideologicamente vicine, ma anche alle comunità di emigrati italiani, a circoli conservatori, a istituzioni culturali e università. E nella Seconda guerra mondiale partecipò a pieno titolo al progetto di assoggettamento del continente europeo su base razziale portato avanti dal nazismo. Oggi il fascismo è considerato un’esperienza profondamente radicata nella storia italiana, ma al tempo stesso parte di una vicenda più generale, europea e non solo, a cui diede un contributo fondamentale e da cui non può essere separato.
Grande, insomma, è la distanza che separa il panorama odierno degli studi sul fascismo dagli anni di De Felice. Studi che sono andati avanti, com’è naturale, proponendo nuovi interrogativi e nuovi strumenti di indagine, ma che, rispetto ad allora, faticano grandemente a incidere su un dibattito pubblico sul passato che è quasi integralmente appannaggio dei protagonisti dell’intrattenimento e in balia delle strumentalizzazioni di forze politiche all’affannosa ricerca di identità.





