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Tre volte no. Tre volte il popolo italiano ha respinto una riforma costituzionale di ampia portata. È accaduto nel 2006, quando fu bocciata la devolution di Berlusconi. Nel 2016, quando cadde la riforma Renzi-Boschi sul superamento del bicameralismo. E ora, il 22 e 23 marzo 2026, quando gli italiani hanno bocciato la riforma che prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due consigli distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma. Youtrend
Il No ha vinto con il 53,2% dei voti, con un’affluenza record che ha sfiorato il 59%. TGCOM24 Un dato straordinario per un referendum costituzionale, che non richiede quorum e che storicamente soffre di bassa partecipazione. Le province con l’affluenza più alta sono state Firenze, Bologna, Siena, Ravenna e Reggio Emilia. Youtrend
Non è un dettaglio. È un orientamento.
Nella storia della Repubblica italiana i referendum costituzionali sono stati cinque in tutto. Il sì ha vinto in due occasioni — nel 2001 sulla riforma del Titolo V, e nel 2020 sul taglio del numero dei parlamentari — entrambi con oltre due terzi dei consensi. ANSA Nelle altre tre, il corpo elettorale ha detto no. Un bilancio asimmetrico, che racconta qualcosa di profondo sul rapporto tra gli italiani e la loro Carta fondamentale: le riforme passano quando c’è un consenso largo e riconoscibile. Quando manca, non passano.
Ciò che rende il 2026 politicamente più significativo del 2006 e del 2016 è precisamente l’affluenza. La mobilitazione del fronte del No ha superato il bacino elettorale tradizionale delle liste che lo sostenevano — un risultato che alle politiche del 2022 e alle europee del 2024 non era mai stato raggiunto dai partiti schierati contro la riforma. Il 57,7% di chi non aveva votato alle europee del 2024 ma è andato alle urne per il referendum ha scelto il No. Youtrend
Questo dato smentisce ogni lettura riduttiva del risultato. Non si è trattato di una vittoria di schieramento. La vittoria del No priva la premier della sua aura di invincibilità Il Fatto Quotidiano, certo, ma il voto ha attraversato confini di appartenenza. Secondo Schlein, “ci sono più elettori di destra che hanno votato No che il contrario”. Fanpage Lo stesso vicepresidente della Camera Mulè ha riconosciuto che il referendum “è diventato più un referendum sul governo Meloni sì o Meloni no” che sulla separazione delle carriere. Fanpage Un’ammissione rivelatrice: quando la posta è la Costituzione, la logica della coalizione si incrina.
Questo accade perché la Costituzione non è materia di appartenenza partitica. Richiama una responsabilità comune che riguarda le regole del vivere collettivo, l’equilibrio tra i poteri, le garanzie di tutti. Il presidente del Comitato civico per il No Giovanni Bachelet ha osservato che “aver fatto tornare la voglia di votare” è stato uno dei risultati più significativi della campagna referendaria. Quotidiano La società civile si è mossa prima e più in profondità dei partiti. Associazioni, professioni forensi, mondi culturali hanno preso posizione andando oltre gli schieramenti.
La premier Meloni ha commentato: “Rispettiamo la decisione degli italiani, andremo avanti. C’è rammarico per un’occasione persa per modernizzare l’Italia.” TGCOM24 Una sconfitta che non porta alle dimissioni — a differenza di quanto fece Renzi nel 2016 — ma che scopre un tallone d’Achille Il Fatto Quotidiano a poco più di un anno dalla fine della legislatura.
La Costituzione italiana continua a essere percepita come un punto di equilibrio alto. Non immutabile — il sì del 2001 e quello del 2020 lo dimostrano — ma esigente. Esige che le riforme siano condivise, riconoscibili, non sovrapponibili all’interesse di chi governa. Il ciclo referendario degli ultimi venticinque anni consegna un’indicazione chiara: senza questo livello di consenso, le riforme non passano.
È la politica che deve adeguarsi alla Costituzione, non il contrario.





