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26 Marzo 2026La stagione delle soglie
C’era un’estate in cui tutto accadde insieme, come se il destino avesse deciso di non diluire i colpi ma di concentrarli in un unico punto del tempo.
Mia madre era a nord, mio padre a sud — non nel senso delle grandi narrazioni, ma nel senso letterale e crudele di due letti d’ospedale in due città diverse, due morfine diverse, aggiornamenti sullo stesso schermo del telefono a volte nello stesso minuto. Il cervello umano non è attrezzato per il lutto doppio. Non raddoppia il dolore: lo moltiplica per qualcosa che non ha nome.
Poi arrivò la diagnosi. Tre sillabe che riorganizzano il mondo.
Non dirò che fu peggio. Sarebbe disonesto. Fu altro — una terza soglia che si apriva mentre le prime due erano ancora spalancate. Quello che ricordo è che smisi di avere paura nel modo ordinario. Al suo posto arrivò qualcosa di più nitido, quasi una chiarezza. Come quando si toglie la foschia e si vede la montagna, ma la montagna è una cosa che non volevi vedere.
L’ansiolitico era sul comodino. Lo prendevo con la stessa gestualità automatica con cui si beve un bicchiere d’acqua. Non lo sentivo come una resa — lo sentivo come uno strumento tecnico per fare una cosa impossibile: continuare a funzionare mentre tutto si disfaceva. Ci sono momenti in cui la chimica è più onesta della resilienza.
In quei mesi lessi molto di Cuba. Forse perché avevo bisogno di un luogo che potessi tenere a distanza di sicurezza mentre il resto mi veniva addosso. Mi affascinava la struttura profonda di un regime che ha trasformato la propria sopravvivenza in un’identità collettiva. Resistemos non è uno slogan: è un’ontologia. Il modo in cui un’isola decide di raccontarsi ogni mattina.
Ci sono paesi che assomigliano a certi malati: non guariscono, ma non muoiono. Continuano a negoziare con la propria condizione, giorno dopo giorno, con una testardaggine che a volte sembra eroica e a volte sembra solo stanchezza.
Quell’estate capii che non c’è molta differenza tra le due cose.





