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Il disagio delle divise
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C’è un momento in cui la politica smette di fingere di essere altro da sé stessa. Negli Stati Uniti quel momento è adesso.
Il governo federale è parzialmente chiuso da quaranta giorni. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna non ha fondi. I controllori del traffico aereo non vengono pagati. Trump, con il tratto di penna che gli è congeniale, ordina al nuovo segretario di pagare “immediatamente i nostri agenti TSA” — come se un ordine esecutivo potesse sostituire un bilancio. Non può. Ma l’immagine conta più del meccanismo.
Il leader repubblicano al Senato, Thune, manda una email ai colleghi di partito: bisogna trovare i soldi per il DHS “in maniera sostenibile.” Traduzione: il nodo non si scioglie, si sposta. Si finanziano le parti meno controverse attraverso la via ordinaria delle appropriazioni, si concentra la battaglia politica su ICE e Border Patrol, dove il terreno è più favorevole ai repubblicani. I democratici, nel frattempo, non hanno ceduto di un millimetro: vogliono riforme sull’immigrazione e limiti alla spesa della Grande e Bella Legge in cambio del loro voto. Non li hanno ottenuti, e allora hanno preferito il muro.
Intanto alla Camera, lo Speaker Johnson — che ama presentarsi come un “guerriero felice,” uno che non perde mai la calma — ha perso la calma. Davanti ad alcuni colleghi recalcitranti sul rinnovo della FISA, la legge che autorizza la sorveglianza straniera, si è lasciato andare a toni che i presenti descrivono come insoliti per lui: alta tensione, frustrazione visibile, l’accusa a una deputata di Florida di essere responsabile di “migliaia di morti americani” se avesse votato contro. Lei ha risposto per le rime, scaricando la responsabilità sul Senato. Così funziona, da quelle parti: il pericolo è sempre colpa dell’altro.
E poi c’è il Maine. La senatrice Collins, moderata repubblicana alla sua sesta candidatura, è nel mirino democratico. I soldi che circolano attorno alla sua corsa sono numeri da fare girare la testa: dodici milioni e mezzo prenotati da un super PAC amico per l’estate, quarantadue milioni dall’organizzazione vicina a Thune da agosto fino al giorno del voto, venti milioni già spesi nei primi tre mesi dell’anno. La politica americana, a questo livello, è un’industria. Ha i suoi ritmi, i suoi investitori, i suoi ritorni attesi.
Quello che colpisce, guardando tutto questo insieme, non è il conflitto — il conflitto è la norma. È la disinvoltura con cui le istituzioni vengono piegate agli interessi di parte, con cui la sicurezza pubblica diventa moneta di scambio, con cui la paura — dei voli cancellati, degli attentati, delle frontiere aperte — viene accuratamente dosata e distribuita nel dibattito come un reagente chimico. Qualcuno calcola sempre quanto ce ne vuole per ottenere l’effetto desiderato.




