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Un mese dopo, con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che la mattina del 28 febbraio tutti si sono fatti: perché? Per far fuori il potere, scatenare una rivolta e diventare i padroni occulti del Paese? I fatti di queste quattro settimane hanno risposto da soli con un sonoro “no”. Per bloccare allora la realizzazione della bomba atomica, argomento usato come seconda giustificazione? Anche qui la contraddizione con quanto affermato dopo la Guerra dei dodici giorni ha implicitamente dimostrato l’inefficacia del primo attacco di giugno, perorato da Netanyahu, e smascherato l’inverosimiglianza della presunta motivazione. Forse, allora, la Casa Bianca ha agito per annientare la forza difensiva di un esercito che ha scelto la via dei droni, dei razzi a lunga gittata e dei missili ipersonici con tecnologia misteriosamente uguale a quella russa? Non pare a giudicare dalla reazione, colpo su colpo, degli iraniani che, anzi, ha dimostrato la vulnerabilità dei Paesi del Golfo protetti dall’America.
E allora perché Donald Trump ha scelto, per la nona volta dal suo insediamento del 20 gennaio dello scorso anno, di scatenare in 7 Paesi diversi “l’esercito più forte del mondo”, dopo aver garantito che non l’avrebbe mai fatto?
Per capirlo, come spesso avviene, bisogna forse semplicemente unire i puntini con un tratto di penna. Partiamo dalla mattina dell’11 febbraio scorso quando il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha varcato la soglia dell’Oval Office con una sola convinzione in testa: trascinare, al suo fianco, Donald Trump nella guerra all’Iran. Con le conseguenze, prevedibili, che tutto il mondo continua a pagare: dal blocco di Hormuz all’effetto farfalla su prezzi e borse così forte da sollevare gli
spettri dell’austerity degli anni Settanta. Senza contare le vittime civili in Iran, a partire dalla strage di ragazzine nella scuola: mille, duemila cittadini, nessuno saprà mai il numero. L’attacco era però un’ipotesi sul tavolo da settimane, da mesi. E quel mattino di febbraio la decisione era ormai stata presa, almeno così dicono gli esperti di spifferi in uscita dal 1.600 di Pennsylvania Avenue.
C’è anche un paradosso della vigilia: per tre volte il “podcaster” della destra e amico di The Donald, Tucker Carson, ha tentato di convincere il presidente a non «lasciarsi ingabbiare da Israele», profetizzando quanto sarebbe potuto accadere: nessun effetto sul regime, inasprimento della repressione, caos energetico, danno di immagine e inflazione galoppante e deleteria fino al voto-chiave di midterm di novembre.
In questo clima si è arrivati alla decisione cruciale che comunque rivela una delle ragioni (vere e malcelate) dell’attacco: il cosiddetto “regime change”. Il via agli F-35, Trump l’ha dato il 27 febbraio, mentre in volo raggiungeva Corpus Christi in Texas per una conferenza (ironia della sorte) sull’energia insieme ai petrolieri suoi grandi elettori. Poche ore prima, un memo della Cia aveva evidenziato la presenza della Guida suprema Ali Khamenei nella sua residenza a Teheran la mattina successiva. Dove poi è stato ucciso.
Ma se sul “prima” ormai le rivelazioni sono già una certezza, sul “dopo” il caos è totale.
Trump, nell’euforia dell’azione, aveva dichiarato che l’America stava “facendo miliardi” con il petrolio oltre i 100 dollari al barile. Gli esperti non sembrano d’accordo: l’effetto boomerang – assicurano – sarà “feroce”. Per gli Usa e anche per Israele dove, agli oltre 120 miliardi per la guerra Gaza, si sommano altri 7 miliardi solo per le prime operazioni in Iran e almeno 320 milioni al giorno per i raid aerei.
Teheran, sull’altro fronte, è al limite delle proprie risorse ma non è stata “sconfitta”. Anzi, per ora, il regime ha evitato l’implosione. Perché a Evin si continua a impiccare e la morsa su Hormuz è stata la vera “bomba atomica” iraniana. Perché grazie a un sistema di potere e clientele, disegnato da Khomeini, il sistema e la sua brutalità sembrano resistere: Khamenei è stato sostituito da un altro Khamenei, i generali dei pasdaran uccisi da ufficiali ancora più estremisti. E l’intreccio tra potere, religione e gratificazioni ai fedelissimi sembra essere l’altra arma più efficace sfoderata dal regno degli ayatollah. Un mese dopo l’inizio della guerra che ha avvicinato ancora di più all’Occidente le ombre del Medio e del quasi Lontano Oriente.




