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Al Pordenone Docs lo splendido documentario “A Fox Under Pink Moon” di Mehrdad Oskouei e Soraya Akhlaghi La giovane artista afghana, guidata dal regista iraniano, per cinque anni ha filmato con lo smartphone la sua vita tra violenza domestica e tentativi di raggiungere l’Europa
Si chiude oggi la XIX edizione di Pordenone Docs Fest – Le voci del documentario, il festival ideato e organizzato da Cinemazero che da anni porta nella città friulana il meglio del cinema del reale. Dal 25 al 29 marzo, Pordenone ha accolto un programma ricco di anteprime internazionali, documentari da tutto il mondo, ospiti di rilievo e masterclass, confermandosi punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati del genere. Tra le opere più attese e applaudite spicca il documentario che ha aperto il festival, vincitore di premi in numerosi festival internazionali: A Fox Under Pink Moon di Mehrdad Oskouei e Soraya Akhlaghi.
Si tratta di un film raro e prezioso, che intreccia la delicatezza del ritratto personale con la drammaticità di un destino segnato da conflitti, violenza domestica e migrazione forzata. La storia di Soraya, artista afghana cresciuta in Iran, è raccontata direttamente dai suoi occhi: per cinque anni, dal 2018, la giovane protagonista ha filmato se stessa con il suo smartphone a partire dai 16 anni, affidando ai disegni poetici e alle sculture la rappresentazione dei dolori più profondi. Tra figure ricorrenti che appaiono disegnate nel doc — una volpe fedele, una luna rosa, un clown tragico che ride — Soraya documenta la sua resistenza a un matrimonio violento, il fallimento dei tentativi di ricongiungersi con la madre in Austria e l’assenza di una patria, impossibilitata a tornare in Afghanistan a causa della presa dei talebani. Come spiega il regista Mehrdad Oskouei, celebre documentarista iraniano: «Nel 2018 ho iniziato a fare ricerche per un film su uno scultore afghano autodidatta a Teheran. Per sei mesi mi sono immerso nel suo mondo. Poi, un giorno, in un angolo polveroso del suo laboratorio, ho incontrato Soraya. Aveva quindici anni, silenziosa, quasi invisibile. Mi chiese timidamente cosa pensassi dei suoi dipinti e delle sue sculture. Potente, surreale, profondamente diversa e creativa. Rimasi senza parole.
Capii subito: il mio film non sarebbe stato sul maestro, ma su di lei. Quel giorno ci promettemmo che avremmo realizzato questo film insieme e portato a termine questo viaggio. Ci sono voluti sette anni, ma ogni passo ne è valsa la pena».
Il documentario si sviluppa come un’autobiografia sottile, dove Soraya diventa protagonista e testimone al tempo stesso. Come racconta lei stessa: «All’inizio ero molto timida e avevo paura di stare di fronte alla telecamera, ma ho deciso di affrontare questa paura al posto di fuggire. L’arte è diventato il mio posto sicuro, mi ha aiutato a capire il mio dolore e ad esprimere le cose che non sapevo esprimere a parole. Raccontare la mia storia è stata come scrivere un diario, e a poco a poco mi ha fatto più forte.» Soraya descrive con intensità la sua esperienza di migrante e la distanza dal Paese dove è neta e che ora è in guerra: «Anche se adesso non vivo in Iran, io sento tutto in maniera molto profonda. I miei amici, le mie memorie, il mio passato sono tutti lì. Quindi, quando qualcosa succede, io non mi sento lontano da lì. È molto molto doloroso. Essere una migrante non significa solo cambiare luogo, riguarda perdere parte della tua identità e provare a ricostruirti di nuovo. Qualche volta mi sento persa, ma sto anche scoprendo nuove parti di me stessa».
Il film intreccia le immagini delle riprese amatoriali di Soraya con i suoi disegni e animazioni surreali, creando una narrazione emotivamente intensa e sorprendentemente coerente, frutto di oltre 430 sessioni di lavoro a distanza e di un team affiatato che ha seguito il progetto per anni. Oskouei sottolinea la complessità tecnica e emotiva: « Il film era composto da centinaia di riprese separate, ognuna emotivamente intensa ma scolno legata dalle altre. È stato necessario un grande lavoro di squadra per trasformarle in qualcosa di coerente». La forza del documentario risiede nella capacità di coniugare il personale e il politico: Soraya non è solo un’artista in crescita, ma anche un simbolo delle difficoltà vissute dalle donne e ragazze costrette a resistere in contesti di violenza e discriminazione. «Io penso che ci siano ancora moltissime ragazze in questa situazione – ci spiega -. Forse loro non hanno l’occasione, il supporto o ancora la voce. Ecco perché raccontare la mia storia è così importante per me. Anche se una sola ragazza si sentisse meno sola, significa tutto».
Il regista, pur lontano dall’Iran, rivela un dolore intimo per la situazione attuale: «In questi giorni bui e incerti, il mio cuore soffre per l’Iran e per il mio popolo. Le famiglie sotto i bombardamenti sopportano ogni gior un peso insopportabile — la paura per i propri cari, per la loro sicurezza e per l’anima della nostra patria. Per me, lontano dalla mia casa a Teheran, è un tormento silenzioso: rabbia per la violenza, l’impossibilità di affrontarla. Posso parlare, posso filmare, posso testimoniare — ma quando le persone che amo sono sotto i bombardamenti, mi vergogno della mia incapacità di aiutare i miei connazionali. Non dormo bene da più di tre settimane».
Eppure, il film non è solo denuncia, ma anche celebrazione della creatività e della resilienza. Soraya conclude: «Proprio in questo momento io voglio creare, non solo film, ma anche le mie pitture e le mie sculture. Io voglio crescere come artista e diventare indipendente. E nella mia vita voglio un posto pacifico dove io posso creare, respirare e sentirmi al sicuro».





