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17 Aprile 2026La forma contro la storia. Schmitt, il papa e gli oligarchi della tecnica
C’è un equivoco da dissolvere subito: quando Bannon frequenta ambienti cattolici tradizionalisti, quando Thiel finanzia think tank legati alla dottrina sociale della chiesa, quando Yarvin cita Schmitt per spiegare perché la modernità liberale è condannata, non stanno cercando Dio. Stanno cercando una forma. E la differenza è tutto.
Carl Schmitt, nel 1923, scriveva che la macchina è priva di tradizione e che una società fondata esclusivamente sul progresso tecnico sarebbe «completamente rivoluzionaria» — ma per questo stesso motivo si autodistruggerebbe. L’intuizione era già in Marx, riconosceva Schmitt, ma Marx ne aveva tratto conseguenze opposte: dove Marx vedeva nella rivoluzione tecnologica la premessa di una liberazione, Schmitt vi leggeva il presupposto di un caos che avrebbe travolto tutto, compresi coloro che quella rivoluzione guidavano. Gli oligarchi della Silicon Valley hanno riletto questa pagina e si sono riconosciuti. Non come Marx, beninteso. Come Schmitt.
La questione non è teologica. È di ordine. Chi governa una rivoluzione tecnologica che non ha più freni ideologici né culturali rischia di essere divorato dalla propria stessa creatura. Il capitalismo digitale ha eroso le strutture intermedie — famiglia, comunità, territorio, senso del lavoro — su cui si reggeva la riproduzione dell’ordine sociale. La pandemia ha reso visibile quello che già si sapeva: il neoliberalismo non è un garante dell’ordine, è un solvente. Ha dissolto le mediazioni, ha prodotto precarietà strutturale, ha indebolito la capacità degli Stati di governare i conflitti. E i conflitti sono tornati, con una forza che nessuna app può neutralizzare.
In questo quadro, la chiesa cattolica appare agli occhi dei neoreazionari come l’unica istituzione occidentale che abbia attraversato i secoli senza dissolversi, che conservi una capacità normativa sui corpi e sulle coscienze, che sappia dire no alla storia pur essendo immersa nella storia. Non la chiesa dei poveri, non quella della liberazione, non quella del Concilio. La chiesa come forma — nel senso schmittiano del termine: struttura che precede e condiziona il contenuto, che dà stabilità là dove tutto scorre, che rappresenta senza essere rappresentata.
Il problema è che gli ultimi due pontefici non hanno accettato il copione. Francesco lo ha rifiutato con ostinazione programmatica, costruendo un magistero che ha sistematicamente scelto i margini contro i centri, i migranti contro i muri, la sinodalità contro la verticalità. Leone XIV — nato a Chicago, dunque non ignaro di quella cultura politica — sembra muoversi nella stessa direzione, e lo fa con uno strumento che Trump considera proprio: i social media. Non un’enciclica inaccessibile ai più, ma un messaggio che circola, che intercetta, che disturba nell’ecosistema comunicativo dove il presidente si sente padrone di casa. L’affronto è doppio: di contenuto e di forma.
Ma la frattura è più antica e più profonda dell’antipatia personale tra un papa e un presidente. Riguarda una domanda che attraversa tutta la storia del cattolicesimo politico moderno: a chi serve la chiesa? Schmitt pensava che la chiesa potesse servire come katechon — la forza che trattiene, che impedisce la venuta del caos finale. I neoreazionari hanno secolarizzato questa categoria: il caos che temono non è escatologico, è sociale. È il movimento globale per i diritti dei palestinesi, è la rinegoziazione del lavoro post-Covid, è la pressione dal basso che rimette in discussione le gerarchie che la rivoluzione digitale aveva cristallizzato. Uno spettro che evoca — lo dicono loro stessi, sia pure con lessico diverso — quello che Schmitt aveva individuato nel comunismo: una sfida esistenziale all’ordine dominante.
Perché questo ordine regga, la chiesa deve schierarsi. Deve offrire legittimità simbolica a un regime che ne ha persa molta. Deve essere, appunto, katechon. Francesco e Leone XIV hanno risposto di no — ciascuno a suo modo, con la propria voce e il proprio stile, ma con la stessa sostanza. E per questo, agli occhi di Bannon e di chi la pensa come lui, sono nemici. Non perché abbiano sbagliato teologia. Perché hanno rifiutato di essere uno strumento.
Resta una domanda aperta, che l’analisi schmittiana non risolve: può una chiesa che sceglie i poveri essere davvero una forma nel senso che Schmitt intendeva? O la scelta dei poveri è già, in sé, una dissoluzione della forma — un gesto che introduce il contenuto là dove si voleva solo struttura? Forse è proprio in questa contraddizione che si nasconde la vitalità residua del cattolicesimo: non nel suo essere katechon, ma nel suo rifiuto di esserlo.





