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La reductio ad absurdum è uno strumento che la filosofia ha affinato nei secoli e il pensiero contemporaneo ha quasi dimenticato. Non una dimostrazione, non un’accusa. Un esperimento mentale: si assume provvisoriamente una premessa, la si segue fino in fondo, e si osserva dove conduce. Il metodo non stabilisce la verità. Illumina le possibilità.
Proviamo ad applicarlo a un caso ipotetico modellato sulla morfologia precisa di vicende che accadono nei mercati finanziari. La vicenda si svolge in un lontano paese immaginario.
Immaginiamo tre soggetti. Il primo è un grande banchiere che ha risanato un istituto storico considerato perduto, e lo ha guidato nell’acquisizione di una delle più prestigiose istituzioni finanziarie del paese. Il secondo e il terzo sono due potenti imprenditori-azionisti, alleati di lungo corso, che di quell’acquisizione sono stati i principali beneficiari: grazie ad essa controllano oggi, indirettamente, il più grande gruppo assicurativo nazionale.
I tre sono indagati per manipolazione di mercato e ostacolo alle autorità di controllo. L’ipotesi accusatoria è che abbiano agito in concerto, coordinando acquisti e voti senza rendere trasparente questo coordinamento al mercato. Tutti e tre hanno respinto ogni addebito. L’indagine è in corso e non ha ancora prodotto alcun giudizio.
La difesa dei due imprenditori si fonda su un argomento preciso: nel corso degli anni, in una larga maggioranza delle assemblee rilevanti, i loro voti sono stati difformi. La storia dei comportamenti passati dimostrerebbe l’assenza di concerto.
Poniamo allora la domanda nella sua forma logica: quale configurazione di eventi sarebbe più coerente con la tesi dell’assenza di coordinamento? Probabilmente una in cui i soggetti coinvolti si trovassero su fronti opposti in una occasione pubblica e rilevante, con esiti che nessuno di loro avrebbe potuto controllare interamente. Una frattura visibile, insomma, più eloquente di qualsiasi dichiarazione.
La figura che ne emerge è perfettamente coerente con la tesi difensiva: i soggetti non solo non si coordinano, ma si combattono apertamente.
Il ragionamento per assurdo non dimostra che sia andata così. Dimostra che la forma degli eventi sarebbe compatibile con quella lettura. Ed è precisamente qui che risiede il suo valore: non nell’accusa, ma nella domanda che apre.
Va aggiunto che chi indaga su vicende di questo tipo tende a leggere le divergenze di voto non necessariamente come prova di autonomia, ma come dati da interpretare nel quadro complessivo. La stessa mossa che sul piano della rappresentazione appare come prova di indipendenza, sul piano dell’analisi giudiziaria può apparire come un dato ambivalente. Ogni elemento può essere letto in due sensi, e il giudizio finale dipende dall’insieme.
Resta un dettaglio tecnico che il ragionamento registra senza interpretare: alla vigilia del voto decisivo risultavano depositate richieste di partecipazione per una quota significativamente superiore a quella poi effettivamente presente in assemblea. Le ragioni possono essere puramente tecniche. Ma il dato è lì, senza spiegazione pubblica.
La reductio ad absurdum non conclude. Interroga. Il resto appartiene a chi ha accesso alla verità dei fatti.





