
C’era una volta in un paese lontano: note di filosofia finanziaria
17 Aprile 2026di Pierluigi Piccini
Piancastagnaio ha cinquantadue nomi nuovi da ricordare. Non sono nuovi perché sconosciuti — molti di loro hanno ancora parenti in paese, qualcuno compare in vecchie fotografie appese nelle case, qualcuno è rimasto nel racconto orale di famiglie che non hanno mai smesso di tramandare. Sono nuovi perché fino ad oggi nessuno li aveva cercati tutti insieme, messi in fila, restituiti alla memoria collettiva come un elenco unico, completo, che non lascia fuori nessuno.
L’idea è semplice nella forma, complessa nel significato. Due lastre aggiunte al monumento dei caduti della prima guerra mondiale. Cinquantadue nomi incisi nella pietra. Da quel momento Piancastagnaio avrà un solo luogo dove portare i fiori, un solo posto dove stare in silenzio, un solo monumento che dice: qui c’è il paese intero, con tutta la sua storia, con tutti i suoi lutti.
Il lavoro che ha reso possibile questo è stato paziente e appassionato. Giuseppe Sani ha setacciato archivi, registri, documenti, testimonianze con la cura di chi sa che dietro ogni nome c’è una vita intera e che nessuna vita va lasciata indietro. Tra quei cinquantadue ci sono anche Stolzi e Guerrini, i partigiani uccisi l’8 marzo 1944. Ne sono venute fuori storie incredibili — vite spezzate in modi diversi, in luoghi diversi, per ragioni diverse. C’è chi è morto in divisa e chi è morto senza. Chi ha combattuto da una parte e chi dall’altra. Chi ha scelto e chi non ha avuto scelta. Il passaggio della guerra su un paese di montagna non è mai una storia sola: è un groviglio di destini che solo il tempo, e una certa volontà civile, riesce a comporre in qualcosa di unitario.
Questa è quella volontà. E va detta con precisione, perché i malintesi in queste materie fanno male.
Non si tratta di cancellare le differenze o di mettere sullo stesso piano scelte morali che non sono equivalenti. Ma quei cinquantadue erano tutti figli di questo paese, le loro famiglie hanno tutti pianto, il dolore non ha appartenenza politica. Il monumento non dice che avevano tutti ragione. Dice che erano tutti di qui. Non è indifferenza morale, è riconoscimento umano.
Le lastre non promettono quello che la storia non ha ancora concesso. Aprono una possibilità. Indicano una direzione. E in certi momenti, indicare una direzione è già molto.
C’è una scena nel film Il Federale di Luciano Salce in cui un professore antifascista e il federale che lo ha catturato condividono una sigaretta arrotolata con le pagine della Divina Commedia. Non c’è resa, non c’è amnesia, non c’è perdono facile. C’è qualcosa di più antico e più vero: due uomini che per un momento si riconoscono nella stessa umanità fragile. Non smettono di essere quello che sono stati. Ma in quel fumo condiviso, nella grande poesia che brucia lentamente tra le loro dita, accade qualcosa che nessun discorso saprebbe dire meglio. La liberazione ha anche questo significato — non la cancellazione delle differenze ma la loro inclusione in qualcosa di più grande. È un atto di pietas civile, nel senso antico del termine: quella capacità di tenere insieme ciò che la storia ha diviso, di riconoscere nell’altro, anche nell’avversario, un figlio dello stesso luogo, portatore dello stesso dolore.
Le lastre che aggiungiamo al monumento nascono da questa idea. Non sono una resa dei conti con il passato. Sono un atto di libertà verso il futuro.
Piancastagnaio, il 25 aprile, avrà un posto solo dove stare insieme.





