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di Pierluigi Piccini
Se la rendita cognitiva è il nuovo cuore dell’accumulazione, se i dati sono la nuova materia prima estratta dal lavoro collettivo invisibile, chi ha oggi la forza e l’interesse per costruire un blocco sociale capace di contrattare una redistribuzione?
L’operaismo di Tronti ci insegna che la risposta non va cercata nelle vittime del sistema ma in chi conosce la macchina dall’interno. Quel soggetto oggi non è uno solo. È disperso, frammentato, spesso inconsapevole di sé. Ed è qui che va riconosciuta la prima difficoltà seria: l’operaio fordista era concentrato fisicamente in un luogo, con interessi omogenei e identificabili. I soggetti che si possono mappare oggi non condividono né condizione materiale né interesse immediato. Senza soggetto reale, il blocco storico resta un auspicio intellettuale. Lo riconosco. Ma questa difficoltà non è una ragione per rinunciare alla domanda — è la ragione per cui la politica vera è così difficile e così necessaria.
Il primo nucleo sono i lavoratori della conoscenza. I programmatori, i data engineer, i ricercatori di intelligenza artificiale nelle università e nei laboratori privati. Sono loro che costruiscono e fanno funzionare la macchina. Alcuni sono benissimo pagati e si identificano con l’azienda. Ma qualcosa si muove: i dipendenti di Google che si sono ribellati ai contratti con il Pentagono, gli scrittori e i giornalisti che hanno citato in giudizio OpenAI per l’uso non autorizzato delle loro opere, gli artisti che resistono all’ingurgitamento dei loro lavori nei dataset di addestramento. È embrionale, frammentato, ma reale. È la prima forma di coscienza di classe nell’età dell’intelligenza artificiale.
Il secondo nucleo sono le università e i centri di ricerca pubblici. Hanno prodotto le basi scientifiche su cui l’intelligenza artificiale è stata costruita e ne sono stati espropriati senza nemmeno rendersene conto, cedendo brevetti, ricercatori e sapere accumulato in decenni di finanziamento collettivo. La strada che indica Mazzucato è questa: rivendicare il ritorno pubblico sull’investimento pubblico, pretendere co-proprietà sui modelli che quella ricerca ha reso possibili. Le università potrebbero essere un soggetto politico in questa partita. Finora non lo sono state. Ma la consapevolezza cresce.
Il terzo nucleo — e qui il libro di Magrini ci dà una chiave quando parla del peso crescente delle Big Tech nelle scelte pubbliche — sono i Comuni, le Regioni, gli enti locali. Gestiscono dati pubblici enormi: sanitari, urbanistici, demografici, ambientali. Dati che oggi vengono ceduti gratuitamente alle piattaforme private in cambio di servizi digitali spesso mediocri, invece di essere usati come leva negoziale per ottenere infrastruttura, co-proprietà, partecipazione alla governance. Un ente locale che gestisce i dati sulla mobilità urbana, sulla salute dei cittadini, sull’uso del territorio possiede qualcosa di enormemente prezioso. Dovrebbe saperlo. Dovrebbe contrattarlo. Va detto però con onestà: l’asimmetria di scala tra un Comune italiano e Microsoft è talmente abissale che la contrattazione locale rischia di essere fittizia. Il localismo virtuoso non basta. Serve potere antitrust sovranazionale, serve una politica industriale europea che oggi non esiste. Il livello locale è un laboratorio, non una soluzione. Chi lo spaccia per tale mente a se stesso.
Il quarto nucleo è il più difficile da organizzare ma il più numeroso: i cittadini come produttori inconsapevoli di dati. In Europa esistono già esperimenti di cooperative di dati — forme di organizzazione collettiva che aggregano il contributo dei singoli e lo usano come leva contrattuale nei confronti delle piattaforme. È una strada lunga. Ma è la stessa logica con cui, un secolo fa, i contadini si organizzarono in cooperative per non dover vendere il loro lavoro uno per uno al prezzo che il mercato imponeva.
Questi quattro nuclei non formano ancora un blocco sociale. Parlano linguaggi diversi, hanno interessi che a volte si sovrappongono e a volte confliggono. Ma hanno un interesse comune che aspetta di essere nominato con chiarezza: la redistribuzione della rendita cognitiva. Gramsci lo avrebbe chiamato blocco storico — non una classe sola ma un’alleanza tra soggetti diversi che trovano convergenza su un progetto comune. Il progetto è la proprietà pubblica e collettiva dell’infrastruttura digitale. Non nazionalizzazione ingenua, non statalismo del secolo scorso. Ma forme nuove e concrete: fondazioni di partecipazione, consorzi pubblici per i data center, cooperative di dati, co-proprietà dei modelli addestrati su beni comuni.
Qui va però riconosciuto un secondo limite reale. Le imprese pubbliche italiane non hanno una storia solo gloriosa: dall’IRI alle municipalizzate, il pubblico che gestisce infrastrutture complesse ha prodotto anche inefficienza, cattura politica, corruzione. La co-proprietà pubblica dell’infrastruttura digitale non è una soluzione in sé — è una condizione necessaria ma non sufficiente. Richiede istituzioni forti, trasparenza, partecipazione reale. In Italia queste condizioni vanno costruite, non date per scontate. È un limite della proposta, non un argomento per abbandonarla.
Non è utopia. È la stessa logica con cui i Comuni italiani del primo Novecento si fecero carico dell’acquedotto, dell’energia elettrica, del gas, capendo che certe infrastrutture non potevano essere lasciate interamente alla rendita privata. Anche allora le obiezioni erano serie. Anche allora sembrava impossibile. Oggi quella soglia si è spostata. I data center sono la nuova acqua. I modelli di IA sono la nuova energia. E la domanda su chi li possiede è una domanda di democrazia, non di tecnica.
Magrini ci mostra con precisione il conflitto in corso tra Washington e Bruxelles. Ma il conflitto che non vediamo ancora — quello tra chi estrae la rendita cognitiva e chi la produce senza saperlo — è altrettanto decisivo. Per combatterlo serve quello che l’operaismo italiano aveva capito sessant’anni fa: conoscere la macchina dall’interno, sapere dove sta il valore, organizzare chi lo produce.
La sinistra europea questo compito lo ha abdicato. Si è accomodata nell’alveo rassicurante della regolazione, ha fatto dell’AI Act il suo orizzonte massimo, ha rinunciato alla domanda sulla proprietà perché quella domanda spaventa i moderati e disturba le partnership con le piattaforme. Ma fuori da quel perimetro c’è la politica vera. Quella che cambia i rapporti di forza. Quella che redistribuisce non solo il reddito ma il potere.
Il blocco sociale per la redistribuzione della rendita cognitiva non è un dato — è un progetto. Difficile, lungo, pieno di contraddizioni. Come lo era, del resto, il movimento operaio alle sue origini. Anche allora sembrava impossibile. Anche allora c’era chi spiegava perché non si poteva fare. E finché qualcuno non troverà il coraggio di costruire quella coalizione — lavoratori della conoscenza, università pubbliche, enti locali, cittadini organizzati — e di porre con radicalità la questione della proprietà dei mezzi di accumulazione digitale, la guerra fredda di cui scrive Magrini la vinceranno sempre gli altri. Come sempre. Come da troppo tempo.
(fine)





