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La Casa Bianca ha fatto marcia indietro sull’indagine del Dipartimento di Giustizia contro Jerome Powell. L’annuncio è arrivato da Jeanine Pirro, U.S. Attorney, che ha comunicato la chiusura del procedimento — trasferendo la questione all’ispettore generale della Fed per la parte relativa agli appalti edilizi. Fine dell’emergenza? Non proprio. Sul fronte repubblicano regna un silenzio eloquente, e sul fronte democratico si grida alla truffa.
Il contesto. Da settimane i senatori repubblicani premevano su Trump affinché archiviasse la vicenda. Powell stesso aveva definito la sua natura politica, pubblicamente, con una franchezza insolita per un banchiere centrale. La mossa che ha sbloccato l’impasse è venuta da Thom Tillis, senatore del North Carolina in uscita, che aveva bloccato in Commissione Bancaria l’avanzamento della nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Fed — fino a cessate il fuoco sull’attuale numero uno. Il messaggio era chirurgico: nessuna conferma finché Powell non è formalmente al sicuro.
E “formalmente” è la parola chiave. Tillis non si è mosso. Non ci sarà alcun semaforo verde da parte sua finché Powell non riceverà conferma ufficiale e diretta che il procedimento è davvero chiuso. L’annuncio di Pirro, per quanto pubblico, non basta.
La contro-narrazione democratica. Elizabeth Warren ha alzato la voce con precisione: questo non è un ritiro, è una manovra di aggiramento. Trasferire il fascicolo all’ispettore generale, dice la senatrice del Massachusetts, è semplicemente un modo per spianare la strada al Senato repubblicano verso l’insediamento di Warsh — che definisce senza giri di parole “il burattino di Trump alla Fed”. Il punto politico è netto: chi ritiene conclusa la partita si sta ingannando.
Il silenzio di Powell. Significativo quanto le dichiarazioni altrui. Il presidente della Fed non ha confermato nulla. Non ha detto di essere al sicuro. Questo mutismo suona come una riserva istituzionale, ma anche come un segnale che la vicenda non è — secondo lui — definitivamente chiusa.
Le geometrie del calendario. La nomina di Warsh, se e quando uscirà dalla Commissione, dovrà concorrere per il tempo prezioso del Senato con la riautorizzazione FISA e i dettagli del pacchetto di riconciliazione su ICE e Border Patrol. Il mandato di Powell scade il 15 maggio. I giorni contati trasformano ogni passaggio in una corsa contro l’orologio.
Chi si avvicina di più alla vittoria. Sul versante repubblicano, il presidente della Commissione Bancaria Tim Scott è l’unico che sfiora il tono del trionfo. Ma la sua dichiarazione non cita né Powell né Warsh: parla di “rendicontazione dei costi fuori controllo” e invita l’ispettore generale a presentarsi in commissione entro novanta giorni. Non è la voce di chi ha vinto. È la voce di chi prende atto, con cautela, di un passaggio formale — e aspetta.
La partita per il controllo della Fed è aperta. Powell è ancora lì. Warsh è ancora in anticamera. E nessuno, a destra, festeggia.





