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25 Aprile 2026Divano La rubrica settimanale di arte e società. A cura di Alberto Olivetti
Filippo IV di Spagna nel corso dei quarantaquattro anni del suo regno (1621-1665) ospitò a Palazzo reale buffoni, nani, pazzi non furiosi e inerti dementi. José Ortega y Gasset in una pagina della sua Introducción a Velázquez (Madrid, 1954) ci avverte che era questa una consuetudine presente nelle corti europee dell’epoca, retaggio un po’ «fuori tempo, di un gusto che era fiorito nel Quattrocento».
Persone deformi, sciagurati colpiti nel corpo e nella mente fino alla mostruosità e alla deficienza passano così la loro vita di ultimi e reietti nella quotidiana vicinanza con i grandi della terra, al vertice dei fasti del potere, in un rapporto di quieta e quotidiana condivisione con i grandi dignitari, con le dame di segnalata bellezza circondate da corteggiatori tra le fastose sale dai ricchi arredi. «La maggior parte di costoro non aveva una occupazione determinata» scrive Ortega, «ed è sicuro che con estrema frequenza si intrattenevano nello studio di Velázquez». Si offrivano pertanto ai suoi occhi come ‘ideali modelli’.
Il pittore poteva, nei loro «ritratti, dare libero corso alle sue ricerche di tecnica pittorica e, grazie a questo intendimento, essi risultano talvolta tra i più riusciti dell’intera sua opera». Quattro tra i più celebri dipinti nei quali Velázquez raffigura questi ospiti della reggia madrilena sono allineati oggi in una sala del Prado. A chi li osserva quei quadri impongono una meditazione, alla quale non è consentito sottrarsi, sulla humana conditio. Creature offese, miserabili, inette assurgono ai vertici della dignità, da Velázquez emancipate da ogni esteriore mostruosità per suscitare in chi osserva non repulsa, ma un commosso riconoscersi umani, a nostra volta, in loro. Affiora alle labbra l’antico adagio di Terenzio: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto» (sono un uomo, nulla che sia umano mi è estraneo).
Il ritratto di Francisco Lezcano (El niño de Vallecas) ci mostra un nano idrocefalo colpito da paralisi facciale. Seduto, infagottato in una veste di panno scura, le maniche d’una stoffa più chiara e le corte braccia conserte. Tra le mani tiene qualcosa, un sasso o un piccolo pezzo di legno. Più suggestiva l’ipotesi che si tratti di un mazzo di carte.
Francisco evita che possa disfarsi e spargersi a terra secondo il caso, quasi una allusione al fatale, imponderabile destino che segna irreparabile le vite dei mortali seguendo gli azzardi di imperscrutabili leggi. Un sorriso ebete muove in una smorfia il volto di Juan Calabazas, detto l’‘idiota di Coria’. Lo sguardo incerto che volge al pittore si perde in una sospensione inerziale e vi smuore.
Il nano accoccolato mentre sfoglia un gran volume, è Don Diego de Acedo, El Primo (il cugino). Il suo sguardo non è rivolto a Velázquez mentre lo sta ritraendo. I suoi occhi sembrano rivelare un pensiero che lo occupa. Don Diego svolge un incarico nell’ufficio ove si sigillano i documenti reali e si inventariano. Don Diego è un uomo letterato, cugino, forse, di Juan de Acedo y Velázquez.
Seduto a terra, guarda Velázquez all’opera Sebastian de Morra. La mantella porporina operata negli orli d’un ricamo dorato è impreziosita da trine bianche. Una eleganza nel vestire, accurato il taglio dei capelli corvini, della barba e dei baffi.
Enrique Lafuente Ferrari (Velázquez, Londra, 1943) constata che «questi quadri possono essere considerati come il momento culminante della passione di Velázquez per la rappresentazione dell’individuo. Il suo amore per la vita lo rende fedele alla muta esattezza dell’apparenza, lo porta a ricercare davanti a queste tristi creature e a far affiorare fino all’espressione e allo sguardo il sedimento che è a tutti comune e che dona a ciascuna esistenza una sufficiente dignità». E conclude: «Incapace di mentire tanto di fronte ai re quanto davanti ai buffoni, è preso ogni volta da un bisogno di trascendente veracità».
Perché Velázquez, ribadisce Ortega, «non credeva che i valori convenzionalmente lodati – la bellezza, il vigore, la ricchezza – erano i più rispettabili del destino umano. Al di là di quelli, più profondo, più struggente si trova il valore- assai più triste e drammatico – della semplice esistenza», resa in pittura.





