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C’è una scena che vale più di mille analisi. Mike Johnson e John Thune, speaker della Camera e leader del Senato, entrambi repubblicani, entrambi teoricamente dalla stessa parte, si parlano attraverso i microfoni dei cronisti anziché attraverso una porta chiusa. Thune risponde diplomaticamente a ciò che Johnson ha appena detto a pochi metri di distanza — come due vicini di pianerottolo che si mandano messaggi vocali anziché suonare il campanello.
Settantadue giorni di shutdown parziale. Il Dipartimento della Sicurezza Interna che esaurirà i fondi per pagare il personale nelle prossime settimane. E i due massimi esponenti repubblicani al Congresso che litigano in pubblico su un disegno di legge che il Senato ha già approvato due volte — e che la Camera non riesce ad adottare perché “haphazardly drafted”, redatto frettolosamente, dice Johnson del testo che non è il suo. Thune replica con la compostezza di chi sa di avere ragione e preferisce non doverlo dire.
Non è disfunzione. È metodo.
Il Partito Repubblicano americano ha scoperto, nell’era Trump, che la paralisi può essere una forma di governo. Che non decidere è una decisione. Che ogni atto legislativo espone a un rischio — lo scontento di qualche frangia, l’ira del presidente, la rappresaglia elettorale — mentre il nulla è neutro, almeno finché il conto non arriva. E il conto, per ICE e Border Patrol, sta per arrivare.
Nel frattempo, Elon Musk ha scoperto qualcosa di simile. Thomas Massie — bersaglio numero uno di Trump in questa stagione primaria, sfidato da un ex Navy SEAL reclutato dalla Casa Bianca — attendeva l’appoggio del Paperone di Tesla. Musk aveva promesso. Musk tace. Nessuna donazione, nessuna spesa esterna, nessun segno di vita a poche settimane dal voto del 19 maggio in Kentucky.
Massie ne parla con quella saggezza malinconica di chi ha capito troppo tardi come funziona il mondo: i donatori in affari non possono permettersi di sostenere chi non è completamente allineato con Trump. Non senza mettere a rischio le proprie aziende. Non lo dice esplicitamente di Musk, ma il senso è chiaro. Il ricco più ricco del mondo, che ha acquistato piattaforme, lanciato razzi e fatto guidare le auto da soli, si è scontrato con qualcosa di più ostico: la fisica della fedeltà trumpiana. “È più facile far atterrare i razzi al contrario che aggiustare questo posto,” dice Massie. È forse la frase più lucida pronunciata al Congresso americano in questo anno.
La terza storia si consuma in Florida, dove Ron DeSantis ha presentato una nuova mappa congressuale che ridisegna i collegi in modo da portare i seggi democratici da otto a quattro. Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, risponde con un’analisi paradossale: la mappa è così aggressiva da risultare controproducente. Alcune circoscrizioni attualmente sicure per i repubblicani diventerebbero competitive. Il “Dummymander” — il gerrymander stupido — potrebbe regalare ai democratici da tre a cinque seggi aggiuntivi se l’affluenza ai prossimi midterm dovesse avvicinarsi ai livelli del 2018 o del 2020.
DeSantis non risponde. Come Musk. Come Thune nel momento in cui capisce che non c’è nulla di utile da aggiungere.
Tre storie, una sola dinamica: il potere americano che si organizza per sottrazione. Si legifera non legiferando, si sostiene non sostenendo, si riforma disegnando confini che potrebbero franare al primo vento contrario. La destra americana, nella sua stagione più trionfante, sembra soprattutto impegnata a non fare. A tenere posizioni. A sopravvivere alla settimana.
La cosa notevole è che funziona — finché non funziona. Finché i fondi non si esauriscono davvero, finché il razzo non precipita, finché la mappa non si rivela una trappola. Il Congresso americano in questa primavera del 2026 somiglia a un edificio che regge non per la solidità delle strutture, ma perché nessuno ha ancora aperto la finestra giusta.
Qualcuno, prima o poi, aprirà.





