
Derrière l’affaire de Saqiet el-Janzir, le risque de plus en plus réel d’une explosion communautaire
28 Aprile 2026
LE TENTAZIONI DI UNO STRAPPO CHE DIVIDONO LA MAGGIORANZA
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C’è un’economia nuova che prospera nell’America di Trump: quella delle grazie presidenziali. Ruth Marcus, sul New Yorker, la chiama senza mezzi termini un mercato — con i suoi operatori, i suoi prezzi impliciti, le sue logiche di scambio. La clemenza, che nella tradizione costituzionale americana era atto di misericordia o di riconciliazione politica, si è trasformata in merce. Chi conosce le persone giuste, chi frequenta i circoli giusti, chi può permettersi gli avvocati giusti — o più semplicemente chi è allineato alle fedeltà giuste — ha accesso a una forma di immunità che il cittadino comune non può nemmeno immaginare. È la privatizzazione dell’equità penale. Non è scandalo nel senso classico: è sistema.
Accanto a questo, Elizabeth Kolbert racconta lo smantellamento metodico dell’EPA sotto Lee Zeldin. L’agenzia che per cinquant’anni ha rappresentato il tentativo americano di tenere insieme sviluppo e responsabilità ambientale viene svuotata dall’interno, convertita in uno sportello di servizi per il mondo industriale. Kolbert usa la parola “lapdog” — cagnolino da compagnia — e l’immagine è giusta nella sua brutalità: non un’agenzia ostile alle imprese, ma un’agenzia dipendente da esse, che abbaia nella direzione in cui viene istruita. Il problema non è solo ambientale. È che una democrazia che smette di regolare se stessa smette, lentamente, di essere una democrazia.
Il pezzo di Lauren Collins è di altra natura, e forse per questo il più necessario. Una bottiglia in mare, un messaggio, una ricerca. C’è qualcosa di archetipico in questa storia — il gesto umano di lanciare una parola nel vuoto sperando che qualcuno, da qualche parte, la raccolga. In un momento in cui il discorso pubblico americano è saturo di conflitto e di cinismo, la Collins ricorda che esiste ancora, sepolta sotto le macerie dell’attualità, la dimensione della curiosità pura: il desiderio di trovare l’altro non per ragioni strategiche, ma per il solo fatto che esiste.
Il numero si chiude con Hannah Goldfield sulla redenzione di Sqirl — il ristorante di Los Angeles travolto dallo scandalo della muffa e della appropriazione culturale, ora in cerca di una seconda possibilità — e con Hilton Als su Marcel Duchamp, il cui gesto più radicale fu sempre quello di togliere al lavoro d’arte la sua solennità, di trasformarlo in domanda invece che in risposta. In un numero che parla di potere che si corrompe e di istituzioni che si piegano, Duchamp arriva come un memento: anche le strutture più solide reggono solo finché qualcuno accetta di crederci.





