
Santa Caterina, patrona d’Europa. Ovvero: il coraggio come categoria politica
29 Aprile 2026
Trent’anni fa Luciano Violante salì al banco della presidenza della Camera e disse una cosa che l’Italia non era pronta ad ascoltare. Chiese di sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e di ragazze, quando tutto era perduto, si erano schierati dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e della libertà. Non per equiparare. Non per assolvere. Per capire.
La reazione fu immediata. Luigi Pintor scrisse sul Manifesto che non riusciva a capire perché i ragazzi di Salò fossero venuti in mente a Violante proprio in quel momento. Una domanda che sembrava ragionevole. Era invece una domanda che rivelava, senza saperlo, il problema esatto: come se il momento giusto per fare i conti con la propria storia non arrivasse mai. Come se ci fosse sempre un’emergenza più urgente, un rischio politico più imminente, una ragione per rimandare. Pintor era un uomo di grande intelligenza. Ma in quel caso aveva torto. E il tempo gli ha dato torto nel modo più impietoso: mostrandoci cosa succede quando si rimanda.
Quello che Violante stava chiedendo non era una resa. Era il contrario. Sapeva che nessuna parificazione è possibile tra chi combatteva dalla parte della libertà e chi stava dalla parte dei vagoni piombati. Lo disse con chiarezza, e lo ha ribadito ogni volta che qualcuno ha provato a travisarlo. Ma sapeva anche che una comunità che lascia zone d’ombra nella propria memoria non diventa più forte. Diventa più fragile. Perché quelle zone d’ombra restano disponibili per chiunque voglia strumentalizzarle. La memoria amputata non protegge. Espone.
C’è un passaggio del discorso che non viene mai citato abbastanza. Violante disse che quello sforzo di comprensione avrebbe aiutato a costruire la Liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il fatto di vivere in questo paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo. Non stava chiedendo una sintesi tra fascismo e antifascismo. Stava chiedendo qualcosa di più difficile: che la Liberazione smettesse di essere il patrimonio di una parte e diventasse il fondamento condiviso di tutti. È una distinzione che i suoi critici di allora non vollero vedere. E che i suoi critici di oggi continuano a non vedere.
Il 26 aprile scorso il Corriere della Sera gli ha dedicato una lunga intervista. Violante ha ottantacinque anni. Il titolo era: il nodo non è ancora sciolto. Trent’anni dopo, lo stesso uomo, la stessa domanda, lo stesso paese che non ha ancora risposto. Ha detto che il fascismo contemporaneo non è il vecchio fascismo — è qualcosa di diverso e di più insidioso, un autoritarismo che si fonda sulla tecnologia e sulla lettura della Bibbia, che non ha bisogno di camicie nere perché ha algoritmi. Ha detto che la pena non è mai uno strumento di ordine. Ha detto che la coesione sociale si costruisce con la pedagogia civile, con il rispetto degli insegnanti, con la capacità di una società di riconoscere i propri valori e trasmetterli. Parole di un uomo che ha passato trent’anni a pensare, non a ripetere.
Ma la parte più densa dell’intervista è quella in cui torna sul 1996. Gli chiedono se rifarebbe quel discorso. Risponde: certo. E spiega perché le critiche di allora erano ingiuste allora e restano ingiuste oggi. Non perché avesse ragione su tutto. Ma perché il metodo era giusto: fare politica significa sforzarsi di capire le ragioni degli avversari, non guardarsi allo specchio. È una frase che vale più di molti trattati di teoria politica. Guardarsi allo specchio è la malattia della sinistra italiana da trent’anni: la certezza di avere ragione ha sostituito la fatica di capire. Il risultato è una sinistra che presidia la memoria senza abitarla, che custodisce simboli senza interrogarli, che celebra la Resistenza senza chiedersi cosa significhi oggi.
Violante nel 1996 stava chiedendo esattamente questo: cosa significa oggi. Non nel 1945. Oggi. E la risposta non poteva venire dalla ripetizione del passato. Doveva venire da uno sforzo di comprensione che includesse anche chi aveva perso, anche chi aveva sbagliato, anche chi aveva fatto la scelta che non avremmo voluto fare. Non per assolvere. Per capire. Perché capire è l’unico modo per non ripetere.
Il nodo non è ancora sciolto, ha detto. Ha ragione. Ma c’è qualcosa che colpisce in questa frase, detta da un uomo di ottantacinque anni che quel nodo lo ha sollevato trent’anni fa e lo tiene in mano ancora adesso. Non è amarezza. È pazienza. La pazienza di chi sa che certe elaborazioni richiedono tempo, che le comunità hanno i loro ritmi, che la storia non si fa in un discorso né in un articolo. Si fa nel tempo lungo, nelle scelte concrete, nei gesti che una comunità compie quando decide di guardarsi intera invece di guardarsi a metà.
Trent’anni fa Violante aprì una porta. In molti fecero finta che non ci fosse. La porta è ancora lì.





