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di Pierluigi Piccini
C’è una scena che vale più di mille analisi. Il Consiglio regionale della Toscana, convocato per nominare il garante dell’infanzia e dell’adolescenza, si apre, litiga per un’ora e mezza, poi si chiude senza aver fatto nulla. Venti voti a favore del rinvio, quindici contrari, due astenuti. Il garante dei bambini dovrà aspettare. I bambini, si sa, possono aspettare.
L’affaire Scaramelli è, in superficie, una storia di coalizione che si inceppa. Ex consigliere regionale di Italia Viva, la sua candidatura — proposta da Casa Riformista con l’appoggio del PD — viene contestata da Avs e M5S. Il campo largo si arena. Sabbie mobili, scrive il cronista, e l’immagine è giusta: non una rottura netta, ma un inabissamento lento, quasi impercettibile, nel fango dei veti incrociati. Ma fermarsi qui sarebbe restare in superficie.
Giani giustifica il rinvio in commissione con un argomento che suona quasi filosofico: siccome vuole essere garante dell’autonomia dell’organismo, si deve andare a voto segreto, così ogni consigliere vota liberamente. Prima però si riveda la rosa dei nomi. È un ragionamento circolare. Il voto segreto — strumento nobile, presidio contro i capigruppo che contano le teste — viene invocato non per liberare le coscienze ma per guadagnare tempo. La commissione diventa anticamera dell’anticamera. Il metodo si mangia il merito.
Tomasi, dal centrodestra, lo dice senza perifrasi: «Il problema non è tecnico, ma politico». Ha ragione, anche se la soddisfazione con cui lo dice tradisce il piacere dello spettatore davanti alla rissa altrui, più che la preoccupazione per i bambini toscani senza garante.
Casini difende Scaramelli con argomenti concreti: sindaco, consigliere regionale per due legislature, presidenza della Commissione sanità. Un curriculum istituzionale solido. Falchi di Avs dice che la proposta di Giani «sembra condivisibile nel metodo e nel merito». La Lega — che sul «campo largo traballa» costruisce la propria narrativa — chiama tutto questo «polemiche sterili e illazioni». Eppure la sostanza rimane: una figura c’è, un curriculum c’è, una maggioranza formale probabilmente c’è. Quello che manca è la volontà di spendere capitale politico per una nomina scomoda. Rinviare in commissione significa non decidere firmando la non-decisione con il timbro della procedura. È la forma più sofisticata di resa: non dire no, ma costruire un labirinto in cui il sì si smarrisce.
Quello che colpisce, leggendo il resoconto, è l’assenza quasi totale dei destinatari reali della figura in discussione. Il garante dell’infanzia esiste perché esistono minori in condizioni di vulnerabilità, famiglie in difficoltà, situazioni di abuso, povertà educativa, solitudine istituzionale. Tutto questo — la ragione per cui la figura esiste — non compare nel dibattito. I bambini sono il fondale della scena, non i protagonisti. La legge 26 del 2010 stabilisce che il garante è un organo di vigilanza e promozione. Ogni giorno senza garante è un giorno in cui quell’organo non funziona. Non è retorica: è il senso letterale dell’istituzione.
L’episodio è anche uno specchio impietoso dello stato del centrosinistra toscano. Il campo largo — espressione sempre più usurata a forza di evocarla — regge sulle grandi questioni quando la posta è alta e i riflettori sono accesi. Si inceppa sulle nomine, sui dettagli, sulle mediazioni che nessuno vuole intestarsi. Avs e M5S contestano Scaramelli. Il PD lo sostiene. Giani media verso il basso, cioè verso il nulla. Il risultato è che il centrodestra — che non ha i numeri per fare nulla — si limita a guardare e ad annunciare il ricorso al TAR, godendo di uno spettacolo che non ha dovuto costruire. Vincere senza combattere, diceva qualcuno.
L’aula si riconvoca tra quindici giorni. Forse. Con una delibera rispedita al mittente e un iter totalmente diverso da quello previsto. Nel frattempo il garante dell’infanzia toscana resta un nome su un foglio, in attesa che la politica regionale finisca di guardarsi l’ombelico.
I bambini, intanto, aspettano. Come sempre.





