
𝐕𝐞𝐫𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐋𝐨𝐠𝐢𝐦𝐞𝐫/𝐀𝐜𝐪𝐮𝐚 & 𝐒𝐚𝐩𝐨𝐧𝐞: 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐚𝐥 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐭𝐨
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Quattro lampi dal New Yorker
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C’è qualcosa di familiare, persino di confortante nella malinconia, nel leggere le cronache delle primarie democratiche americane. Familiare perché chiunque abbia vissuto dall’interno le lacerazioni dei partiti progressisti europei — e italiani in particolare — riconosce immediatamente la geometria di questo conflitto. Confortante, in senso perverso, perché almeno non siamo soli: la stessa trappola ideologica scatta ovunque, con la stessa puntualità, alle stesse condizioni.
Chuck Schumer, leader della minoranza al Senato, ha perso la sua scommessa nel Maine. Il suo candidato designato — scelto con la logica del professionismo elettorale, della sicurezza, del “questo sì che è eleggibile” — è stato spazzato via da Graham Platner, un coltivatore di ostriche. Un coltivatore di ostriche. C’è qualcosa di quasi letterario in questa sconfitta, qualcosa che Steinbeck avrebbe capito meglio di qualsiasi spin doctor.
Ma la questione non è Maine. Maine è il sintomo. La questione è che il Partito Democratico americano sta attraversando esattamente la crisi che i partiti socialdemocratici europei hanno attraversato — e in larga parte non hanno superato — tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio: la crisi dell’eleggibilità come ideologia.
L’eleggibilità è diventata, nel pensiero delle élite di partito, un valore in sé, sganciato da qualsiasi contenuto programmatico. Il ragionamento è circolare e impermeabile alla realtà: il candidato moderato è eleggibile perché è moderato, è moderato perché le sue posizioni non spaventano gli indipendenti, non spaventano gli indipendenti perché non dice nulla di preciso su nulla che conti davvero. Questa tautologia regge finché l’astensione degli elettori delusi non la sfonda.
Bill Neidhardt, stratega democratico che lavora per i candidati anti-establishment, dice una cosa semplice e devastante: chi passa del tempo sul campo in Iowa, Michigan, Minnesota resta “assolutamente sbalordito dall’intensità e dalla rabbia degli elettori democratici delle primarie”. Una rabbia che “non è compresa minimamente da molta gente a Washington”. Non è una novità. È esattamente quello che si diceva del Labour prima di Corbyn, e poi di Corbyn, e poi di Starmer — con esiti ogni volta diversi ma con la stessa incomprensione di fondo tra apparato e base.
Eppure il quadro non è semplice come la narrativa populista vorrebbe. Schumer non è uno stupido, e il DSCC — il comitato elettorale senatoriale democratico — non è composto da dinosauri ignari del mondo. In Ohio ha reclutato Sherrod Brown, ex senatore con un profilo genuinamente operaio e progressista. In Alaska ha convinto Mary Peltola, figura popolarissima. In North Carolina Roy Cooper, ex governatore con credenziali solide. Questi sono successi reali, candidati competitivi, non prodotti di laboratorio centrista.
Il problema non è dunque che l’establishment abbia sempre torto. Il problema è che applica le stesse categorie analitiche — il test dell’eleggibilità, il profilo del candidato mediano, la teoria del voto indipendente — anche quando il contesto è radicalmente mutato. Quando la rabbia ha cambiato natura. Quando l’astensione non è più rassegnazione ma protesta attiva.
In sottofondo, quasi come contrappunto grottesco, c’è la vicenda iraniana: Trump dichiara “terminate” le ostilità con l’Iran, i Democratici avevano pianificato di forzare ogni giorno un voto sui poteri di guerra, ora non sanno più cosa fare. La geometria è identica: un’opposizione che costruisce la propria strategia sulla prevedibilità del nemico, e che si ritrova scombussolata ogni volta che il nemico — imprevedibile per definizione — cambia le regole del gioco.
C’è una lezione trasversale, qui, che riguarda la sinistra in tutto l’Occidente: la difficoltà strutturale di fare opposizione quando il potere ha smesso di avere paura del giudizio delle istituzioni e si muove per saturazione, per velocità, per accumulo caotico di fatti compiuti. In questo contesto, l’opposizione che ragiona per procedure — il voto di guerra, la candidatura sicura, il timing elettorale corretto — arriva sempre in ritardo di una mossa.
Il coltivatore di ostriche del Maine, il medico di sanità pubblica sostenuto da Sanders in Michigan, la lieutenant governor progressista in Minnesota: non sono necessariamente i candidati migliori in assoluto. Potrebbero perdere a novembre. Ma il fatto che emergano con questa forza ci dice qualcosa di vero sulla domanda politica reale, quella che non passa dai sondaggi delle consulenze o dalle riunioni di Washington.
Ci dice che una parte crescente degli elettori democratici non vuole più un partito che gestisce la sconfitta in modo elegante. Vuole un partito che rischi. Che dica qualcosa. Che abbia, nella propria fisionomia di candidato e di programma, una riconoscibilità umana oltre la funzionalità elettorale.
Se questo basterà a vincere, non lo sa nessuno. Ma ignorarlo — come ha fatto Schumer in Maine — costa già ora. E costerà ancora.





