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7 Maggio 2026Gli anni che mancano
di Pierluigi Piccini
Gabriella Piccinni ha scritto un pezzo utile. La cronologia del Santa Maria della Scala ha il rigore di chi conosce gli archivi, e il confronto tra i 350mila euro annui del museo e il budget di una notte di Capodanno è una di quelle cifre che restano. Utile, dunque. Come ogni ricostruzione documentata di un problema reale.
Eppure chi ha vissuto quegli anni dall’interno — non come storica, ma come amministratore — legge quella cronologia con la pazienza necessaria in questi casi. Non si tratta di rispondere a chi scrive. Si tratta di restituire a chi leggerà una storia più completa. Non per le cose che ci sono. Per quelle che mancano.
Dopo il 1993 e prima del 2003 spariscono dieci anni. La cronologia salta da Canali che presenta il progetto alle grandi mostre del “modello Siena” come se nel mezzo non fosse accaduto nulla. È accaduto tutto, invece. Sono gli anni in cui il progetto smette di essere carta e diventa cantiere, realtà fisica, istituzione viva. Chi non li conosce non può capire né come si è arrivati al 2003, né perché dopo il 2003 si è rallentato.
In quegli anni Riccardo Francovich porta al Santa Maria della Scala il metodo dell’archeologia stratigrafica. Non è un dettaglio tecnico. È una scelta epistemica: il restauro non procede per intuizione estetica o urgenza funzionale, ma per ascolto del costruito. Ogni strato interrogato prima di essere toccato. E Francovich non lavora solo al Santa Maria. Simultaneamente conduce le indagini in piazza del Duomo — uno scavo in faccia alla cattedrale, nel punto più visibile della città, che porta alla luce stratificazioni millenarie e restituisce a Siena una storia che stava sotto i piedi di tutti. Al cantiere organizza visite pubbliche, affollate dai senesi. Il passato non come rendita da gestire: come scoperta da condividere.
Guido Canali non presenta il progetto e poi scompare. Lavora. Presenza continua, dialogo con chi scava, riscrittura in corso d’opera quando il sottosuolo rivela qualcosa di inatteso. Quella collaborazione tra un architetto di quella levatura e un’équipe di archeologi non si improvvisa e non si gestisce per decreto.
Jack Lang viene a Siena. Il ministro della cultura di Mitterrand non viene per cortesia istituzionale. Viene perché quello che sta accadendo al Santa Maria della Scala gli sembra un modello. Un ospedale medievale che si trasforma in polo culturale mantenendo la memoria della propria funzione assistenziale, nel cuore di un sito Unesco, con un metodo scientifico e una visione civica esplicita. Non si tratta di un restauro: si tratta di una proposta di identità urbana. L’Europa lo capisce. Siena, spesso, no.
Il comitato scientifico internazionale non era una lista di nomi apposta in fondo a un comunicato. Era un tavolo di lavoro reale. C’era la tradizione di Paul Philippot — teorico belga, allievo di Cesare Brandi, direttore dell’ICCROM, autore della prefazione alla Carta di Venezia del 1964, fondatore del restauro come disciplina intellettuale. C’era un restauratore della tradizione europea del dopoguerra. C’era la direttrice del Museo Poldi Pezzoli. C’era il responsabile delle collezioni di Dresda, la città che stava affrontando la ricostruzione della Frauenkirche, distrutta dai bombardamenti del febbraio 1945. C’era Irène Bizot, amministratrice generale della Réunion des Musées Nationaux, fondatrice del network dei direttori dei musei mondiali. C’era una studiosa impegnata nel progetto di recupero urbano di Napoli. Domande serie, portate da persone serie: cosa si vuole conservare e per chi? Come si racconta la storia di un luogo senza ridurlo a scenografia?
Le mostre sull’arte senese medievale non nascono nel 2003 con Duccio. Nascono nel 1982 con Il gotico a Siena e proseguono per vent’anni. La mostra su Duccio è il culmine di quella tradizione, non la sua origine. Il progetto scientifico, le relazioni con gli studiosi, l’idea di connettere restauro e apertura al pubblico prendono forma nel decennio precedente. Il 2003 è il momento dell’inaugurazione. Subito dopo, la tradizione rallenta. Chi ha lavorato a costruirla sa perché.
C’è un elemento che nessuna cronologia tende a nominare, perché è il più difficile da raccontare: la capacità amministrativa. Non nel senso burocratico — nel senso più preciso. La conoscenza degli strumenti: le delibere, gli atti di indirizzo, i contratti, le procedure di finanziamento, il diritto urbanistico, la gestione del bilancio pubblico. Quella capacità che traduce una visione in un atto, un atto in un cantiere, un cantiere in un’istituzione. Senza di essa, come diceva Arturo Labriola, le idee sono come caciocavalli appesi al soffitto. Una stagione culturale non nasce solo dai nomi. Nasce anche da chi sa come si firma una convenzione, come si struttura un bando, come si difende una scelta di fronte ai revisori dei conti. È un sapere invisibile e del tutto determinante.
Il destino del Santa Maria della Scala è una domanda rivolta alla città, scrive Piccinni. Giusto. Ma una città risponde a quella domanda non con le intenzioni né con i masterplan. Risponde con la qualità di chi governa — la visione, le relazioni, la conoscenza tecnica e amministrativa. Tutte e tre insieme. Quando manca anche una sola delle tre, i giganti restano incompiuti.





