
Gli anni che mancano
7 Maggio 2026
L’artigiano che non esiste più. Ovvero: chi cuce i sogni del lusso sul Monte Amiata
7 Maggio 2026
di Pierluigi Piccini
Conflitto e cooperazione: i quattro poli e il loro equilibrio instabile
Stabilita la mappa, resta una domanda che la mappa da sola non risolve: questi centri di potere si combattono o collaborano? La risposta, come sempre nelle cose serie, è: entrambe le cose. Ma in modo asimmetrico, mutevole, e governato da regole non scritte che chi non ha frequentato quelle stanze fatica a leggere.
Gli apporti strutturali
Esistono ambiti in cui la cooperazione tra i poli non è una scelta ma una necessità. La Chigiana ne è l’esempio più istruttivo, e vale la pena guardarlo con precisione. Il suo Consiglio di Amministrazione è composto da undici membri: il sindaco del Comune siede di diritto, con un secondo consigliere di nomina comunale; la Fondazione MPS esprime quattro consiglieri, tra cui il suo presidente che presiede anche la Chigiana stessa; il Ministero della Cultura nomina il proprio rappresentante. È uno specchio fedele della gerarchia del potere senese: la Fondazione comanda, il Comune è presente ma minoritario, lo Stato centrale ha il suo presidio. Non è una cooperazione tra pari: è una divisione del campo in cui ciascuno sa dove sta. Eppure funziona, perché gli interessi convergono — nessuno ha interesse a far fallire la più prestigiosa istituzione musicale della città.
Il welfare è l’altro terreno di cooperazione necessaria, più silenzioso e meno visibile. La rete dell’assistenza senese — anziani, disabilità, marginalità — è tenuta insieme da un intreccio in cui la Fondazione eroga, l’Arcidiocesi gestisce attraverso le sue strutture capillari, il Comune regolamenta e il sistema sanitario universitario fornisce le competenze. Togliere uno qualunque di questi pezzi e l’intera architettura si incrina. Qui la cooperazione è quotidiana, poco scenografica, esattamente il contrario della politica.
Vale la pena fare chiarezza su un caso spesso citato nel dibattito pubblico senese: il Biotecnopolo. Non è un esempio di cooperazione tra i poli locali, né un progetto che il territorio ha costruito dal basso. È una fondazione di diritto privato istituita per legge dello Stato, i cui soci fondatori sono quattro ministeri — Università e Ricerca, Salute, Economia e Finanze, Imprese e Made in Italy. Siena ne è la sede, la Fondazione Toscana Life Sciences ne è l’interlocutore scientifico privilegiato sul territorio, ma né il Comune né la Fondazione MPS siedono nella sua governance. È potere statale che scende sul territorio. Il che non lo rende meno importante — anzi, ne fa forse la risorsa esterna più significativa che Siena abbia attratto nell’ultimo decennio. Ma bisogna saperlo leggere per quello che è, senza sovrapporre al progetto nazionale aspettative di governance locale che la sua architettura istituzionale non prevede.
Il conflitto permanente
Ma sotto la superficie della cooperazione necessaria corre un conflitto permanente, che ha un oggetto preciso: le nomine. Ogni cambio di vertice in una delle istituzioni che contano — la Fondazione MPS, la Chigiana, i grandi enti strumentali — è una battaglia per il riposizionamento degli altri poli. Chi siede dove ridefinisce gli equilibri per anni. Non si vota, ma si tratta. Non si dichiara guerra, ma si esercitano pressioni. Non si combatte apertamente, ma si costruiscono veti.
Il meccanismo è antico quanto la città. Ogni istituzione designante — il Comune con i suoi quattro seggi nella Deputazione Generale della Fondazione, la Provincia con due, l’Arcidiocesi, l’Università, la Camera di Commercio con uno ciascuno — porta al tavolo non solo un nome ma un posizionamento, un’aspettativa di reciprocità, una storia di rapporti pregressi. Il risultato finale non è mai la somma delle volontà individuali. È una mediazione tra veti, che tende a premiare il profilo condiviso rispetto al profilo più capace di innovare. Non è necessariamente un male: la stabilità ha un valore. Ma è bene non confonderla con il merito.
Oltre alle nomine, il conflitto si esercita sul territorio: chi ha voce sull’urbanistica, chi decide le destinazioni d’uso del patrimonio immobiliare pubblico, chi controlla i grandi contenitori culturali. Il Comune vorrebbe più risorse dalla Fondazione e più voce in capitolo sulle priorità di erogazione. La Fondazione vuole più autonomia dal Comune e più riconoscimento della propria funzione strategica. L’Università vuole spazi per crescere che il tessuto urbano storico fatica a concedere. Ognuno guarda agli altri con una diffidenza che non si dichiara mai ma che orienta ogni scelta.
Il quinto polo: le Contrade
C’è però un quinto attore che nessuna delle analisi precedenti riesce a collocare correttamente nella mappa, perché non appartiene alla logica delle istituzioni formali: il Magistrato delle Contrade e le diciassette consorterie che governano la vita emotiva, identitaria e simbolica della città.
Le Contrade non sono in conflitto con nessuno dei quattro poli nel senso ordinario del termine. Non contendono risorse, non disputano nomine, non emettono delibere. Eppure condizionano tutti e quattro in modo silenzioso e asimmetrico. Lo so per esperienza diretta: nessun sindaco governa bene Siena senza tenerne conto, e chi lo ha ignorato ha sempre pagato un prezzo. Il Palio non è folklore: è il meccanismo attraverso cui la città si autorganizza, si divide, si fidelizza, misura le proprie gerarchie sociali e le rinnova ogni anno. Chi è priore o rettore conta socialmente quanto un assessore, spesso di più. E il consenso che si costruisce nelle contrade — fatto di appartenenza primaria, di lealtà che precedono qualunque schieramento politico — è il consenso più robusto che esista a Siena, perché non dipende da promesse programmatiche ma da identità.
È per questo che nessun analista esterno capisce davvero Siena: guarda i quattro poli istituzionali e perde di vista il quinto, che è il più antico e il più stabile di tutti.
La diplomazia notabilare come ammortizzatore
La cosa più interessante — e più specifica di Siena rispetto ad altre città di analoga complessità — è che il conflitto tra i poli non diventa quasi mai esplicito. Non si legge sui giornali, non esplode in dichiarazioni pubbliche, non produce rotture formali. Viene gestito preventivamente attraverso quella stessa rete di sodalizi trasversali di cui parlavo nella prima parte: i luoghi in cui le persone si conoscono prima che diventino presidenti o rettori o primi cittadini, in cui si misurano su terreni neutri, in cui si costruisce quella fiducia personale che poi smussare gli angoli prima che la frattura diventi pubblica.
È un sistema di ammortizzatori sociali raffinatissimo, prodotto di secoli di convivenza obbligata in uno spazio urbano piccolo. Funziona. Ha i suoi costi: tende all’immobilismo, privilegia chi è già dentro la rete rispetto a chi viene da fuori, rende difficile l’innovazione radicale perché ogni cambiamento tocca equilibri che qualcuno ha interesse a preservare. Ma funziona. E la sua alternativa — il conflitto aperto, la rottura pubblica, la lotta per il controllo delle istituzioni condotta alla luce del sole — produce risultati peggiori, come la storia recente del Monte dei Paschi ha ampiamente dimostrato.
Una città in attesa
Siena è dunque una città che sa gestire i propri conflitti interni meglio di quanto sappia produrre un progetto comune. Sa ammortizzare le frizioni tra i poli meglio di quanto sappia indicare una direzione condivisa. Sa sopravvivere alla frammentazione meglio di quanto sappia trasformarla in sintesi.
Non è poco. In un paese in cui le istituzioni locali si dilaniano pubblicamente per questioni infinitamente più banali, la capacità senese di tenere i conflitti dentro canali gestibili è una risorsa reale. Ma non basta. Una città non può vivere di sola gestione. Ha bisogno ogni tanto di qualcuno che si prenda la responsabilità di dire dove si va, e di mettere insieme i pezzi in un disegno riconoscibile.
Conosco abbastanza questa città — i suoi sodalizi, i suoi intrecci, le sue genealogie notabilari, la sua sociologia del potere che non si legge sui giornali ma si impara frequentando le stanze giuste per il tempo giusto — da sapere che quella conoscenza non è un esercizio di cinismo. È il presupposto per chi vuole cambiarla davvero.
Senza quella conoscenza, e senza la capacità di tenerla insieme in un progetto politico riconoscibile, la politica resta quello che è diventata: un ornamento elegante appeso alle pareti di stanze dove altri decidono.
Pierluigi Piccini
Nota bibliografica
Chi volesse approfondire i concetti che attraversano questo testo può orientarsi su alcuni riferimenti essenziali.
Per il quadro teorico, il punto di partenza obbligato resta Antonio Gramsci, i Quaderni dal carcere, in particolare i passaggi sull’egemonia e sulla funzione degli intellettuali organici: categorie nate per leggere la politica nazionale che si rivelano sorprendentemente precise anche alla scala di una città media. Robert Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane (il Mulino, 1993), offre la migliore analisi disponibile del capitale sociale come risorsa politica e della fiducia orizzontale come fondamento del buon governo locale. Vale la pena notare che Putnam usa proprio la Toscana come esempio virtuoso di civicness: leggendo il suo libro con Siena in mente si scopre che la stessa densità associativa che egli celebra come presupposto della democrazia può diventare, in certe condizioni, un meccanismo di riproduzione delle élite più che di partecipazione diffusa. È una tensione che il libro non risolve, e che Siena incarna con particolare nitidezza. Gaetano Mosca, La classe politica (Laterza), rimane il testo più lucido sulla tendenza delle élite a riprodursi indipendentemente dalle forme istituzionali che le ospitano.
Per la storia locale, Mario Ascheri è il riferimento indispensabile per chiunque voglia capire le istituzioni senesi nella loro lunga durata: si veda almeno Siena nella storia (Silvana Editoriale, 2000). Giuliano Catoni ha scritto pagine decisive sulla storia civica e bancaria della città. Per la Banca come struttura di potere territoriale, il volume Il Monte dei Paschi di Siena curato da Barzanti e Catoni resta un documento di prima mano.
Per il contesto nazionale, i rapporti annuali dell’ACRI — l’Associazione delle Casse di Risparmio e delle Fondazioni Bancarie — documentano con precisione il ruolo delle fondazioni di origine bancaria nel sistema di potere locale italiano. Paul Ginsborg, La democrazia che non c’è (Einaudi, 2006), offre la cornice più onesta in cui leggere il rapporto tra politica formale e potere reale nell’Italia contemporanea.
(Fine)





