
I centri di potere a Siena. Appunti per una mappa — III
7 Maggio 2026
𝐕𝐞𝐫𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐋𝐨𝐠𝐢𝐦𝐞𝐫/𝐀𝐜𝐪𝐮𝐚 & 𝐒𝐚𝐩𝐨𝐧𝐞: 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐚𝐥 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐭𝐨
7 Maggio 2026L’artigiano che non esiste più. Ovvero: chi cuce i sogni del lusso sul Monte Amiata
di Pierluigi Piccini
Ho incontrato Sebastiano Bagnara più volte negli anni in cui entrambi gravitavamo intorno all’Università di Siena — lui alla guida del Dipartimento di Scienze della Comunicazione, io nelle stanze del Comune. Non era un rapporto di frequentazione assidua, ma di quelli in cui bastano poche ore di conversazione per capire che si sta parlando con qualcuno che ha messo a fuoco qualcosa di essenziale. La domanda che Bagnara non smetteva mai di fare, anche quando la formulava nei linguaggi tecnici dell’ergonomia cognitiva, era in fondo una domanda filosofica: che cosa succede all’intelligenza umana quando cambia il modo in cui le mani producono?
Me la sono ritrovata davanti, quella domanda, molto più tardi e in un contesto che Bagnara probabilmente non aveva immaginato. Me la sono ritrovata a Piancastagnaio, dove faccio l’assessore all’urbanistica, alla cultura e allo sviluppo produttivo in un comune di poco più di tremila anime sul versante senese del Monte Amiata, e dove il principale comparto produttivo è la pelletteria di lusso. Duemila addetti, Gucci, Prada che ha già comprato i terreni per un nuovo polo. Una realtà che non ti aspetti, nascosta tra i boschi di castagno e le fumarole geotermiche, e che pure esiste, produce, esporta, e porta in questo angolo d’Italia un pezzo consistente della filiera dell’alta moda mondiale.
La risposta di Bagnara alla sua stessa domanda può essere sintetizzata così: ogni grande trasformazione tecnologica non elimina il lavoro umano, lo sposta. L’automazione ha svuotato la fabbrica taylorista, ma non ha liberato l’uomo dal lavoro — lo ha consegnato a un lavoro diverso, più cognitivo, più relazionale, più incerto. E in questo spostamento si perde qualcosa di essenziale. Quel qualcosa si chiama sapere incorporato — non la conoscenza esplicita, codificabile in un manuale, ma quella che Michael Polanyi aveva già nel 1966 chiamato tacit knowledge: il sapere che abita le dita del sarto, il polso del calzolaio, l’occhio del modellista. Un sapere che non si trasmette attraverso procedure ma attraverso l’esperienza condivisa, la bottega, il tempo lento dell’apprendistato.
Quando cammino per Piancastagnaio e entro nelle pelletterie — e ci entro, perché è parte del mio lavoro capire cosa produce questo territorio — vedo esattamente questo. Vedo mani che sanno cose che nessun manuale potrebbe insegnare. Vedo donne e uomini che riconoscono un difetto di lavorazione a dieci centimetri di distanza, che misurano lo spessore della pelle con la pressione delle dita prima ancora di prendere il calibro, che cuciono con una precisione che è diventata riflesso prima ancora che tecnica. È un sapere reale, stratificato, prezioso. Un sapere che vale miliardi — letteralmente, perché è quel sapere che rende possibile il fatturato dei grandi marchi.
Eppure questo sapere è invisibile. Non porta la firma di chi lo ha prodotto. La borsa che esce da un capannone di Piancastagnaio porta un logo parigino o milanese, non il nome di chi l’ha cucita. È questo il paradosso che Bagnara mi ha aiutato a vedere con maggiore nitidezza: il lavoratore ha conservato la competenza artigianale, ma ha perso la condizione sociale dell’artigiano. Ha le mani dell’artigiano, ma il contratto dell’operaio. E la dipendenza da una monocultura produttiva — da un numero ristretto di grandi committenti che decidono volumi, ritmi e tempi — è il rischio strutturale che il distretto porta con sé, e che come amministratore non posso permettermi di ignorare.
Lo ha dimostrato la crisi del 2024: il rallentamento del mercato del lusso globale ha portato le principali pelletterie dell’indotto Gucci a mettere in cassa integrazione circa trecento lavoratori per tre mesi. Una crisi congiunturale, non strutturale, e infatti le prospettive restano solide. Ma sufficiente a ricordare — a me, alla giunta, all’intera comunità — quanto sia sottile il filo che tiene insieme un territorio e il suo principale committente. Lo sappiamo già, per via delle miniere: questo monte ha già vissuto il trauma di una monocultura che scompare. Non vogliamo ripeterne l’esperienza.
Il problema però, mi rendo conto ragionando con le categorie di Bagnara, non è solo economico. È epistemologico. La fragilità del distretto è anche crisi di un modello di conoscenza che non trova ancora le condizioni della propria piena riproduzione. L’artigiano industriale sa fare cose bellissime, ma la catena attraverso cui trasmette quello che sa si è spezzata: la bottega non c’è più, e la formazione professionale — pur con l’encomiabile esperienza della nostra Scuola di Pelletteria — non riesce a coprire tutto ciò che sarebbe necessario. Non il manuale di istruzioni, ma il tempo lento dell’esperienza condivisa.
Su questo punto Bagnara incontra Richard Sennett, il grande sociologo americano de L’uomo artigiano: la competenza manuale non è separabile dal contesto relazionale in cui si forma. La bottega non è solo un luogo di produzione, è un dispositivo di trasmissione culturale. Quando scompare — inghiottita dalla filiera, dalla logica del subappalto, dalla pressione sui tempi di consegna — scompare anche il meccanismo attraverso cui il sapere tacito si perpetua.
Byung-Chul Han aggiungerebbe che la crisi dell’artigiano industriale è anche crisi del tempo rituale: la velocità imposta dalla filiera del lusso — paradossalmente, proprio nel settore che vende l’idea di qualità senza fretta — distrugge quella lentezza che è condizione strutturale del fare bene. Bernard Stiegler direbbe che non è solo la perdita del savoir-faire, ma la perdita del savoir-vivre — la capacità di abitare il proprio lavoro, di trovare in esso qualcosa che eccede la mera esecuzione. Quando il lavoratore non può firmare il prodotto, si produce una proletarizzazione cognitiva che non riguarda solo il reddito ma il senso.
Come assessore allo sviluppo produttivo, queste non sono per me categorie astratte. Sono la cornice dentro cui si decide se investire in un Centro per il Design Industriale o in un semplice capannone, se la Scuola di Pelletteria deve formare esecutori o progettisti, se il Parco Tecnologico alimentato a energia geotermica che stiamo immaginando deve essere una pura infrastruttura produttiva o anche un luogo in cui il sapere si riconosce, si nomina, si trasmette consapevolmente. Sono la cornice dentro cui si valuta se ha senso attrarre nuovi committenti diversificando la base produttiva, o se sia più urgente consolidare la filiera esistente elevandone il posizionamento. Sono, in ultima analisi, la cornice dentro cui si decide che tipo di economia si vuole costruire per i prossimi vent’anni su questo territorio.
Perché il punto che Bagnara mi ha insegnato a vedere è che il sapere tacito non è solo un fatto culturale — è un asset economico di primissimo ordine. Un territorio che possiede duemila lavoratori capaci di produrre pelletteria di lusso al livello che Gucci, Prada e Céline richiedono possiede qualcosa di straordinariamente difficile da costruire e straordinariamente facile da perdere. Se non viene coltivato, trasmesso, valorizzato come tale, si disperde nel giro di una generazione. Se invece viene riconosciuto, organizzato, reso visibile — attraverso la formazione, la certificazione, il marchio di origine, la governance distrettuale — diventa il fondamento di uno sviluppo endogeno che non dipende dalle oscillazioni del mercato del lusso parigino.
La sfida non è tornare alla bottega del passato — sarebbe un’illusione romantica che questo territorio non si può permettere. È ricostruire le condizioni istituzionali perché il sapere tacito degli artigiani industriali amiatini si organizzi, si valorizzi, diventi riconoscibile e negoziabile come tale. Perché smetta di essere invisibile sotto i loghi altrui e diventi la base di un distretto che tratta con i grandi marchi da una posizione di forza, non di dipendenza.
L’artigiano industriale di Piancastagnaio è un lavoratore cognitivo che attende il proprio nome. Darglielo è, credo, anche compito di chi amministra questo territorio. La montagna che ha saputo trasformare il vapore geotermico in energia, il mercurio in memoria storica e le castagne in identità territoriale non dovrebbe avere paura di fare la stessa operazione con le sue mani più abili.





