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I. Kidal, o la vendetta dell’Azawad
Alghabass ag Intalla parla da Kidal, e già questo dice tutto. Kidal — la città-simbolo della resistenza tuareg nel nord del Mali, la città che la giunta di Bamako ha tentato di riprendere con l’aiuto dei mercenari russi di Wagner — è di nuovo in mano al Fronte di Liberazione dell’Azawad. E il suo leader non nasconde la soddisfazione, né ammorbidisce il messaggio: “Se i russi non avessero negoziato con noi, la loro sorte sarebbe stata fatale.”
È una frase che vale la pena leggere con attenzione. Non è millanteria tribale. È una dichiarazione politica precisa, rivolta simultaneamente a tre interlocutori: ai russi, ai quali ricorda che la sopravvivenza militare in questo teatro dipende dalla volontà tuareg; alla giunta di Bamako, alla quale annuncia che il progetto di riconquista centralista è fallito; e all’Occidente, al quale dice che il vuoto lasciato dalla Francia non è stato riempito da Mosca, ma semmai complicato ulteriormente.
La cosa più inquietante dell’intervista a Jeune Afrique non è l’alleanza con il JNIM — i jihadisti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, affiliati ad Al-Qaeda nel Sahel. Quella alleanza era già nota, già denunciata, già usata come argomento dalla giunta per dipingere i tuareg come terroristi. La cosa più inquietante è che Ag Intalla la difende. Apertamente. Senza imbarazzo. Come se la logica della sopravvivenza avesse consumato ogni altra considerazione strategica o morale.
Il Sahel è arrivato a un punto in cui le categorie classiche — stato, ribellione, jihadismo, mediazione internazionale — hanno smesso di funzionare come strumenti analitici. Quello che rimane è un mosaico di attori armati che negoziano la propria sopravvivenza giorno per giorno, in assenza di qualsiasi orizzonte politico credibile. Kidal conquistata non è Kidal liberata. È Kidal in attesa del prossimo giro.
II. Tshisekedi e la grammatica del potere eterno
“Se il popolo vuole che io abbia un terzo mandato, accetterò.” Félix Tshisekedi ha pronunciato questa frase con la nonchalance di chi sa esattamente cosa sta facendo. Non è uno scivolone. Non è un’apertura improvvisata. È la prima mossa pubblica di un processo che in Africa centrale ha una grammatica consolidata e un esito quasi sempre identico.
La Costituzione della Repubblica Democratica del Congo limita il presidente a due mandati. Tshisekedi è al secondo. Per restare, serve una revisione costituzionale. Per la revisione, serve una mobilitazione popolare che la giustifichi. Per la mobilitazione, serve seminare l’idea — con frasi come quella — che sia il popolo a chiederlo, e il presidente a cedere reluctante alla volontà dei cittadini.
È lo stesso schema di Museveni in Uganda, di Déby in Ciad, di Sassou Nguesso in Congo-Brazzaville, di Nkurunziza in Burundi — con esiti diversi ma con la stessa architettura retorica. Il presidente non vuole il potere per sé: lo accetta per il popolo. La Costituzione non è un limite da rispettare: è un ostacolo da aggirare in nome della volontà popolare.
Il Congo ha bisogno di continuità, dirà l’argomentazione che seguirà. Ha bisogno di stabilità, di un leader che conosce il paese, di non disperdere il lavoro fatto. Nel frattempo, a est, la guerra con il Rwanda e i gruppi armati continua, i profughi si contano a milioni, l’economia resta ostaggio delle risorse minerarie e delle reti di predazione che le controllano. In questo contesto, un terzo mandato serve soprattutto a non rispondere di niente a nessuno. Come sempre.
III. Smara, i razzi dimenticati e la guerra che non finisce
Due razzi del Fronte Polisario sono caduti vicino alla prigione di Smara, nel Sahara Occidentale controllato dal Marocco. Nessun morto, nessuna escalation immediata, nessuna crisi diplomatica. Eppure vale la pena non far scivolare questa notizia nell’indifferenza.
Il Sahara Occidentale è uno dei conflitti più longevi e più ignorati del mondo. Da quando il Marocco ha ripreso le operazioni militari nel 2020, rompendo il cessate-il-fuoco che reggeva dal 1991, il Polisario ha intensificato le azioni armate in modo intermittente, insufficiente a cambiare gli equilibri sul terreno ma sufficiente a ricordare che il conflitto esiste, che la popolazione sahrawi non ha accettato l’annessione, che il muro di sabbia marocchino lungo duemila chilometri non ha risolto nulla.
La comunità internazionale ha in larga parte abbandonato la questione. Gli Stati Uniti di Trump hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio nel 2020, in cambio della normalizzazione marocchina con Israele. La Spagna — ex potenza coloniale — ha fatto lo stesso nel 2022, scatenando una crisi diplomatica con l’Algeria. L’Unione Europea tace, interessata alla cooperazione marocchina sui flussi migratori.
Restano i razzi. Restano i campi profughi di Tindouf, in Algeria, dove decine di migliaia di sahrawi vivono dal 1975. Restano le risoluzioni ONU non attuate. E resta la domanda che nessuno vuole più fare ad alta voce: cosa succede a un popolo quando il mondo smette di interessarsi alla sua esistenza?
IV. Oyedele al Tesoro nigeriano: il tecnocrate e il momento impossibile
Taiwo Oyedele è il nuovo ministro delle Finanze del Nigeria. Per capire il peso di questo incarico, bastano due dati: il Nigeria è la prima economia africana per PIL, e negli ultimi due anni ha attraversato una delle sue crisi valutarie più severe, con la naira che ha perso oltre il sessanta per cento del suo valore rispetto al dollaro.
Oyedele arriva da una carriera lunga nei servizi professionali — PwC, consulenza fiscale, policy making — con una reputazione di rigore tecnico e una visione della riforma fiscale che punta a allargare la base imponibile piuttosto che ad aumentare le aliquote. In un paese dove il settore informale rappresenta la maggioranza dell’economia reale, è una sfida che ha del visionario.
Il presidente Tinubu gli chiede di fare tre cose contemporaneamente e in parte contraddittorie: stabilizzare la naira, attrarre investimenti esteri, e non far esplodere il malcontento sociale in un paese dove l’inflazione ha eroso i salari reali in modo drammatico. La rimozione dei sussidi sul carburante — decisa da Tinubu al momento del suo insediamento nel 2023 — ha liberato risorse di bilancio ma ha colpito duramente le classi medie e popolari.
Oyedele non è un politico. È un tecnico che opera in un sistema dove la politica — le reti clientelari, le pressioni degli stati federati, le logiche etniche e regionali — condiziona ogni decisione economica. La domanda non è se saprà cosa fare. La domanda è se gli sarà consentito di farlo.
V. Angola: il ritorno sul radar e la domanda che conta
“L’Angola è di ritorno sul radar degli investitori, ma perché proprio adesso?” Il titolo di Jeune Afrique contiene già la risposta, o almeno la suggerisce: perché il radar degli investitori si muove per ragioni che raramente coincidono con il benessere delle popolazioni locali.
L’Angola ha petrolio — è il secondo produttore africano dopo la Nigeria. Ha diamanti. Ha una stabilità politica relativa, garantita dal MPLA che governa ininterrottamente dal 1975. Ha un presidente, João Lourenço, che ha costruito la propria immagine rompendo con l’eredità cleptocratica di Dos Santos — processi per corruzione, riassetto delle aziende statali, apertura al capitale estero.
Ma soprattutto, in questo momento storico, ha qualcosa che vale più del petrolio: è un’alternativa. Alternativa alla dipendenza dal gas russo per l’Europa, alternativa alla presenza cinese in Africa per Washington, alternativa al caos saheliano per chiunque cerchi stabilità nel continente. Il radar degli investitori si è riacceso perché il contesto geopolitico globale ha rivalutato le rendite di posizione di Luanda.
La domanda che l’articolo pone — perché adesso? — è però più sottile di quanto sembri. Perché implica un’altra domanda: quanto durerà? Gli investitori che arrivano per ragioni geopolitiche ripartono quando la geopolitica cambia. L’Angola lo sa per esperienza. Ha visto i boom e le crisi del petrolio, ha visto i finanziamenti cinesi trasformarsi in debito insostenibile, ha visto le promesse di sviluppo dissolversi in rendite d’enclave che non toccano la vita della maggioranza dei suoi trentasei milioni di abitanti.
Essere sul radar è meglio di non esserci. Ma non è abbastanza.





