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C’è qualcosa di sintomaticamente moderno nel fatto che il vertice più atteso degli ultimi anni tra le due superpotenze si svolga mentre, come ci ricorda il New York Times, i popoli americano e cinese si stanno allontanando. I leader si stringono la mano, le cerimonie si svolgono secondo protocollo, Xi parla di “anno storico e di svolta” e Trump — pressato dai venti contrari di casa — si mostra ansioso di chiudere accordi. Nel frattempo, i gesti di scambio culturale che un tempo accompagnavano questi incontri sono quasi del tutto scomparsi. La diplomazia dei sorrisi galleggia su un mare di diffidenza popolare.
Xi afferma che i legami economici sono reciprocamente vantaggiosi. È vero, ed è anche il problema: quando tutto è interdipendente, nessuno può permettersi la verità. Così si negozia con un occhio al commercio e l’altro a Taiwan, che osserva il vertice con apprensione, con quattordici miliardi di dollari in vendite di armi americane appesi a un filo. “La salvaguardia della pace nello Stretto di Taiwan è il principale denominatore comune tra Cina e Stati Uniti”, dice Xi. Un denominatore comune, appunto: il minimo indispensabile per non farsi del male.
Sullo sfondo — sullo sfondo si fa per dire, visto che occupa mezzo Medio Oriente — c’è la guerra con l’Iran. Trump incontra Xi mentre l’Iran brucia, e già questo dice molto sulla geometria del potere contemporaneo: si parla di Pechino per capire Teheran, si guarda Mosca per leggere Gaza. Le notizie si accavallano con la densità di un romanzo di Le Carré. L’Arabia Saudita avrebbe sferrato attacchi segreti contro l’Iran mentre il conflitto si allargava. Il Mossad e lo Shin Bet avrebbero visitato in segreto gli Emirati. Israele avrebbe inviato una batteria Iron Dome per difendere Abu Dhabi. Gli Emirati smentiscono tutto. Netanyahu dice di aver visitato il Golfo di nascosto. Intanto alcune aziende cinesi starebbero organizzando vendite segrete di armi all’Iran attraverso paesi terzi, secondo funzionari americani: il capitalismo opaco che prospera nell’ombra degli accordi pubblici.
Washington pensava che la guerra con l’Iran avrebbe accelerato la smilitarizzazione di Gaza. Invece Hamas ne è uscito rafforzato. È la legge implacabile delle conseguenze non intenzionali, quella che trasforma ogni calcolo geopolitico in una scommessa sul caos.
In Europa, intanto, si muore e si resiste. La Russia ha lanciato almeno ottocento droni sull’Ucraina in un attacco di massa durato giorno e notte, con un morto e trentasei feriti, crolli di edifici, l’ambasciatore russo convocato a Budapest dopo il colpo su Uzhhorod. L’Ungheria di Orbán, sempre in bilico tra Mosca e Bruxelles, si trova stavolta con le esplosioni in casa propria e non può fingere equidistanza. Mosca, con il suo particolare senso dell’umorismo storico, invita nel frattempo parlamentari dell’AfD al Forum economico di San Pietroburgo — il “Davos di Putin” — come a voler marcare chi, in Europa, è ancora disposto a fare anticamera al Cremlino.
A Londra Wes Streeting lancia la sua sfida a Starmer, e la sinistra laburista si affretta a cercare un nome da opporre. La politica britannica, privatasi del continente con la Brexit, continua imperterrita il suo romanzo domestico. E Kate Middleton, in Italia per il suo primo viaggio da sola, incanta le folle parlando in italiano e gioca con un bambino tra gli applausi. La Sun titola entusiasta, il mondo per un momento sorride.
È questa la texture di un giovedì di maggio 2026: vertici epocali e droni sul confine, manovre segrete e bambini che ridono, smentite diplomatiche e principesse che imparano le parole giuste. Il mondo non va in una direzione sola. Va in tutte insieme, fragorosamente, e noi proviamo a tenergli dietro.




