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C’è un momento, nei grandi vertici tra potenze, in cui le fotografie ufficiali, i tappeti rossi e i giardini in fiore servono esattamente a coprire ciò che non viene detto ad alta voce. Il summit di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping — tre giorni, 13-15 maggio 2026, il primo incontro sul suolo cinese da quasi un decennio — è stato presentato al mondo come un disgelo, una svolta, persino, nelle parole di Trump, come qualcosa di “storico”. Ma la notizia vera non stava nei sorrisi a Zhongnanhai né nell’acquisto di duecento Boeing — cifra ben al di sotto delle aspettative. Stava in un accordo che nessuno ha annunciato formalmente, emerso a bordo dell’Air Force One mentre Trump rientrava a Washington.
L’accordo è semplice nella sua brutalità: gli Stati Uniti revocano le sanzioni alle compagnie petrolifere cinesi che acquistano greggio iraniano; in cambio, la Cina smette di armare Teheran. Petrolio per armi. Armi per petrolio. La formula è antica quanto la politica di potenza, ma rarissimamente viene enunciata con questa nudità.
Per capire perché questo scambio abbia una logica ferrea, occorre guardare la mappa degli interessi. La Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano — destinatario della grande maggioranza delle esportazioni di Teheran. Lo stretto di Hormuz, semibloccato dall’intreccio delle tensioni iraniane e americane, è una arteria vitale per Pechino: attraverso di esso transita una quota enorme degli approvvigionamenti energetici cinesi, non solo dall’Iran ma dall’intero Golfo. Ogni giorno di chiusura ha un costo che Pechino misura in miliardi. Washington, dal canto suo, vuole che la Cina usi la sua influenza su Teheran per sbloccare la crisi nucleare e riaprire le rotte marittime. L’Iran non conclude un accordo con Washington senza almeno il tacito assenso di Pechino. E Pechino non esercita quella pressione gratuitamente.
È qui che il vertice rivela la sua vera natura. Non era una visita di distensione commerciale, anche se la distensione commerciale era il suo involucro narrativo. Era una trattativa su un equilibrio geopolitico regionale. Trump ha portato con sé a Pechino Rubio, Hegseth, Bessent e il rappresentante commerciale Greer: una delegazione che copriva simultaneamente il fronte diplomatico, quello militare e quello economico. Non si porta il segretario alla Difesa per discutere la soia.
Eppure la soia c’era, il petrolio americano c’era, il gas naturale liquefatto c’era. E i Boeing, quei duecento velivoli invece dei cinque o seicento attesi dalla vigilia, erano lì a testimoniare che sul piano commerciale i risultati sono stati inferiori alle aspettative, che i mercati hanno recepito — Wall Street ha chiuso negativa, con il Dow Jones in calo di oltre un punto percentuale. Il mercato, che è spietato nel leggere ciò che i comunicati diplomatici celano, ha capito che il disgelo è reale ma parziale, che la guerra dei dazi non è finita, che il quadro resta incerto.
Eppure qualcosa di strutturale è cambiato, ed è importante non sottovalutarlo. Per la prima volta dopo anni di escalation, le due superpotenze hanno concordato di istituire un consiglio commerciale e un consiglio per gli investimenti — strumenti istituzionali di dialogo permanente che, nella logica delle relazioni internazionali, contano più di qualsiasi singolo accordo bilaterale. Xi ha invitato Trump alla Casa Bianca, Trump ha accettato per il 24 settembre. Il processo è in moto.
E poi c’è Taiwan. Trump, tornando a Washington, ha detto una frase che Pechino aspettava da anni: “Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra.” Non è il cambio lessicale formale che i cinesi auspicavano, ma è molto più di quanto abbiano ottenuto in decenni di negoziati. Un presidente americano che dice, in sostanza, che non vuole farsi la guerra per Taiwan è una concessione che si pagherà a lungo nel tempo, nei rapporti con Taipei, con Tokyo, con Seoul, con tutti i partner asiatici degli Stati Uniti che costruiscono la loro sicurezza sull’ambiguità strategica americana.
Il colpo di scena finale arriva però da Mosca. Putin sarà a Pechino il 20 maggio — cinque giorni dopo la partenza di Trump. Una tappa definita “di routine”, un solo giorno, senza cerimonie elaborate. Ma la sequenza non è casuale: Xi riceve Trump, poi riceve Putin. Pechino si posiziona come il nodo centrale dell’ordine mondiale in costruzione, il paese che parla con tutti, che non appartiene a nessun blocco ma da cui tutti dipendono. È la geometria del mondo multipolare che qualcuno teorizza e che Pechino pratica con pazienza millenaria.
Il vero accordo di Pechino, dunque, non riguarda né la soia né i Boeing né le terre rare. Riguarda chi ha il diritto di sedersi al centro della scena globale e definire i termini degli equilibri regionali. In questo senso, Xi è uscito dal vertice meglio di Trump: più misurato nel linguaggio, più solido nel risultato, consapevole che il tempo lavora per chi non ha fretta di dichiarare vittoria.
Trump intanto vola verso ovest, con i suoi “fantastici accordi” e un’amicizia ostentata. Dietro di lui, nei giardini di Zhongnanhai dove fioriscono “le rose più belle che abbia mai visto”, Xi Jinping si prepara ad accogliere il prossimo ospite.




