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Il M5S senese scopre il “campo largo” e lo chiama altrimenti
C’è qualcosa di pedagogicamente onesto, bisogna riconoscerlo, nel chiamare un’iniziativa politica “mercato dei temi”. Perché è esattamente quello che è: un bazaar dove si espongono merci — industria, lavoro, ambiente, urbanistica, cultura, comunicazione — nella speranza che qualcuno le compri. L’evento si chiama Nova – Parola all’Italia, il Movimento 5 Stelle l’ha portato anche a Siena, a Villa Ermellina, con oltre cento partecipanti e la soddisfazione dichiarata del coordinatore provinciale Alessandro Fanetti.
Bene. Prendiamo sul serio la cosa, anche perché merita una lettura attenta.
Il meccanismo è semplice e non privo di una sua coerenza interna: si raccolgono proposte “dal basso”, si registrano, si trasmettono a Roma, dove confluiscono i contributi di 102 tavoli organizzati simultaneamente in tutta Italia. Dal materiale così accumulato verrà estratto il programma del M5S da portare alla futura coalizione. Un crowdsourcing programmatico, insomma. Un GitHub della politica, con pull request dai territori.
L’idea ha una sua attrattiva populistica nel senso etimologico del termine — è genuinamente orientata al popolo, o almeno alla sua simulazione procedurale. Il problema non è il metodo, è la retorica che lo accompagna.
Fanetti non vuole sentir parlare di campo largo: «Non mi piace, mi pare qualcosa di dispersivo. Preferisco parlare di coalizione progressista». È una distinzione che vale la pena esaminare. Il “campo largo” è diventato nel lessico italiano un’etichetta logorata dall’uso, associata all’idea di un’alleanza senza baricentro, tenuta insieme dall’unico collante dell’antiberlusconismo — oggi declinato in opposizione a Meloni. La “coalizione progressista” suona più nitida, più intenzionale, più europeista. Ma la sostanza, a Siena come altrove, è identica: PD, M5S, AVS, e chi si aggrega. Lo dimostrano i presenti a Villa Ermellina — la segretaria della CGIL senese, la segretaria dell’Unione comunale PD, due consiglieri democratici, un esponente di Siena Sostenibile, due di AVS. Il campo, largo o stretto che lo si voglia chiamare, era già lì, seduto ai tavoli tematici.
Chiamarlo altrimenti è un diritto. Fingere che sia una cosa diversa sarebbe un errore.
C’è poi il dato numerico, che Fanetti cita con l’entusiasmo del fondatore di una startup in fase seed: una trentina di iscritti in città, 107 aderenti ai gruppi provinciali. «Visto il successo di Nova, direi che ci sono margini di crescita». In effetti i margini ci sono, come ci sono per chiunque parta da trenta persone in una città di cinquantamila abitanti. Il problema è che il M5S senese non è una startup: è il residuo di un movimento che alle politiche del 2018 aveva preso il 32% dei consensi nazionali e che oggi fatica a riempire Villa Ermellina senza l’ausilio dei dirigenti altrui.
Nova non è un segnale di forza. È un segnale di necessità.
Detto questo, c’è qualcosa che funziona nell’impianto dell’iniziativa, e sarebbe disonesto non riconoscerlo. La domanda — “Cosa dovrebbe fare il Governo nei prossimi cinque anni per migliorare davvero la vita delle persone?” — è la domanda giusta. È la domanda che la politica italiana smette sistematicamente di farsi nel momento in cui ottiene i voti e inizia a occuparsi di altro. Se i 102 tavoli nazionali producono qualcosa di leggibile, qualcosa che obblighi il Movimento a vincolarsi a impegni concreti e verificabili, l’esperimento avrà avuto senso.
Se invece il materiale confluisce a Roma, viene lavorato dagli staff, e riemerge come programma elettorale già scritto con il linguaggio dei comunicati — allora Nova sarà stato solo un bel pomeriggio a Villa Ermellina, con le registrazioni girate per mail ai partecipanti come souvenir del giorno in cui hanno creduto di fare politica.
Il mercato dei temi chiude i battenti. La merce resta in vetrina.





