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C’è un’ironia sottile nel fatto che la prima enciclica di Leone XIV si annunci proprio nel momento in cui la questione dell’umano è diventata, per la prima volta nella storia, una questione tecnica. Non metaforica, non teologica soltanto: tecnica. I sistemi di intelligenza artificiale non stanno ponendo domande sull’uomo in aula universitaria o in sacrestia — le stanno ponendo nei data center, nei contratti di lavoro, nelle sale parto dove i software di diagnostica precedono il medico, nei tribunali dove gli algoritmi suggeriscono le sentenze.
Avvenire mette in pagina due pezzi che si leggono come dittico. Il primo, di Davide Imeneo, si chiede chi paga il prezzo dell’intelligenza artificiale — e la domanda è meno retorica di quanto sembri. Il prezzo non è astratto: sono i lavoratori dei paesi del Sud globale che etichettano i dati per pochi dollari l’ora affinché i modelli linguistici imparino a sembrare intelligenti; sono i content moderator che passano le giornate a guardare i peggiori contenuti prodotti dall’umanità per insegnare alle macchine cosa non mostrare; sono le comunità estrattive che forniscono i minerali per i chip, i territori che ospitano i data center idrovori. L’IA non è immateriale: ha un corpo, e quel corpo pesa su qualcuno. La domanda di Imeneo — chi paga? — è la domanda che il mercato non si fa mai da solo.
Il secondo pezzo annuncia l’enciclica papale con un titolo che vale la pena sostare: una nuova comprensione dell’umano nel tempo della sua eclissi. Leone XIV — il primo papa americano, formato agostiniano, eletto in un momento in cui la Chiesa cerca una voce che sappia parlare all’Occidente tecnologico senza capitolare ad esso — sceglie il termine “eclissi” con precisione teologica. L’eclissi non è la fine: è l’oscuramento temporaneo di una luce che rimane. Ma è anche il momento in cui si smette di vedere dove si sta andando.
Il titolo provvisorio dell’enciclica, Magnifica Humanitas, suona quasi provocatorio nell’epoca in cui “umanità” è diventata la parola che i sistemi di IA usano per descrivere ciò che simulano. C’è una gara, in questo momento storico, a rivendicare l’umano: lo fanno i tecno-ottimisti della Silicon Valley che promettono di “potenziare” l’umanità, lo fanno i regolatori europei che costruiscono framework normativi attorno alla “dignità umana,” lo fa ora il papa con un’enciclica. Il problema è che ciascuno parla di un umano diverso — e spesso incompatibile con gli altri.
La tradizione filosofica a cui la teologia cattolica attinge — da Tommaso alla fenomenologia, fino a Maritain e a Wojtyla — ha sempre sostenuto che l’umano non è definibile a partire dalle sue funzioni, ma dalla sua apertura trascendente: l’uomo è colui che eccede sempre se stesso, che non si esaurisce in ciò che produce o in ciò che elabora. È esattamente questa eccedenza che l’IA mette in discussione, non perché la confuti, ma perché la rende irrilevante sul piano operativo. Se una macchina produce testi indistinguibili da quelli umani, compone musica, diagnostica malattie meglio di un medico, la domanda sull’eccedenza trascendente dell’uomo non scompare — ma smette di avere peso pratico. E ciò che non ha peso pratico, in una civiltà che misura tutto in termini di utilità, rischia di eclissarsi davvero.
Qui si inserisce la scommessa dell’enciclica, almeno nella prospettiva che Avvenire anticipa: non una condanna della tecnologia, non una nostalgia dell’analogico, ma un tentativo di rifondare la comprensione dell’umano su basi che resistano alla pressione della simulazione. È un compito che la filosofia secolare fatica a compiere — perché si è privata, nel corso del Novecento, degli strumenti metafisici necessari — e che la teologia potrebbe, paradossalmente, affrontare con più risorse. Byung-Chul Han ha mostrato come la società della trasparenza e della performance dissolva la soggettività; Stiegler ha scritto per decenni sulla farmacologia della tecnica, veleno e rimedio insieme; Ferraris ha costruito un realismo che resiste alla virtualizzazione del mondo. Ma nessuno di loro ha la struttura istituzionale di una Chiesa che parla a un miliardo e trecento milioni di persone.
Il prezzo dell’intelligenza artificiale, dunque, non è solo economico e non è solo sociale. È anche, e forse soprattutto, antropologico: il rischio che l’uomo smetta di chiedersi cosa sia, perché la domanda sia stata resa ridondante da una macchina che funziona anche senza rispondersi. Magnifica Humanitas arriva in questo momento. Che arrivi in tempo, è la vera domanda.





