
L’umano che si eclissa
23 Maggio 2026
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23 Maggio 2026C’è una parola che ritorna in tutti i pezzi che il manifesto dedica questa settimana alla crisi energetica italiana: “puntellare.” Il governo puntella. Proroga, elargisce bonus, abbassa temporaneamente le accise, tratta con i camionisti in sciopero, aspetta Bruxelles. È la politica come manutenzione dell’emergenza — non come progetto. E il problema non è solo ideologico: è che puntellare costa, e i soldi non ci sono.
Roberto Ciccarelli lo dice con la chiarezza del titolo: decreto effimero. Le misure sul caro carburanti che il Consiglio dei ministri ha varato sono misure a termine, finanziate con risorse che si consumano senza produrre trasformazione. Il risultato è una spirale: i prezzi dell’energia rimangono strutturalmente alti — l’Italia è tra i paesi europei con i costi energetici più elevati per le imprese e per le famiglie — e il governo risponde con palliativi che non incidono sulla struttura del problema ma bruciano le risorse che potrebbero farlo. Nel frattempo, l’aiuto da Bruxelles che Meloni attende non arriva, o non arriva nella forma sperata.
Emiliano Brancaccio entra nel merito con la categoria di “Melonomics” — un termine che il manifesto usa sistematicamente per descrivere la dottrina economica del governo — e sostiene che la narrazione scricchiola ogni giorno di più. La ricetta sovranista, che in campagna elettorale prometteva di proteggere l’Italia dai vincoli europei e dai mercati finanziari internazionali, si rivela paradossalmente dannosa proprio per il paese che avrebbe dovuto difendere. Il paradosso non è casuale: il sovranismo economico funziona come retorica identitaria ma non come politica industriale, perché l’economia italiana è profondamente integrata nelle catene del valore europee e globali, e fingere di poterne uscire o rinegoziarne i termini unilateralmente produce isolamento senza autonomia.
Andrea Colombo descrive la maggioranza come “appesa alla trattativa con la UE” — un’immagine che restituisce bene la postura del governo: non negozia da una posizione di forza, negozia perché non ha alternative. La trattativa europea sull’energia, sul Patto di stabilità, sulle regole per i sussidi alle imprese è il vero terreno su cui si gioca la sostenibilità della politica economica italiana. Ma la postura sovranista rende difficile costruire le alleanze necessarie per ottenere risultati: non si può passare anni a fare campagna elettorale contro Bruxelles e poi aspettarsi solidarietà quando si arriva al tavolo con le mani vuote.
Il pezzo di Alex Giuzio sullo sciopero dei camionisti restituisce la dimensione tattica di tutto questo: prima del Consiglio dei ministri, Salvini, Meloni, Giorgetti, Urso e Foti hanno incontrato i sindacati di categoria. Il decreto sulle accise nasce anche — forse soprattutto — per fermare uno sciopero che avrebbe bloccato la logistica nazionale. È politica nel senso più antico del termine: gestione dell’ordine pubblico attraverso la concessione. Ma la concessione, ancora una volta, non risolve il problema strutturale — lo rinvia, a costo di risorse pubbliche che si accorciano.
Giulia Torbidon porta i dati da Bruxelles, e i dati sono impietosi. Il rapporto “REPowerEU Four Years” della Commissione europea e il dossier di Greenpeace sulla mobilità convergono su una diagnosi: l’Italia è il paese europeo con la maggiore dipendenza strutturale dai combustibili fossili e con il trasporto pubblico più sottofinanziato. Non è una crisi congiunturale: è il risultato di decenni di mancanza di strategia energetica, in cui ogni governo ha preferito gestire il presente fossile piuttosto che costruire il futuro rinnovabile. Meloni ha ereditato questo deficit, ma lo sta aggravando.
Chiude il quadro l’intervista di Ciccarelli a Nazzareno Gabrielli di Banca Etica, che introduce una prospettiva che il dibattito italiano fatica a tenere insieme: l’energia come questione di pace. La dipendenza dai combustibili fossili non è solo un problema ambientale o economico — è un problema geopolitico, perché finanzia regimi autoritari e alimenta conflitti. La transizione energetica, in questa lettura, non è un lusso ecologista ma una condizione della sicurezza. Meno fossili significa meno dipendenza dalla Russia, dall’Arabia Saudita, dall’Azerbaijan. È un argomento che dovrebbe fare breccia anche nella destra sovranista, se solo quest’ultima ragionasse in termini di interesse nazionale reale piuttosto che di identità culturale.
Ma è qui che si annida la contraddizione più profonda del governo Meloni: un sovranismo che non produce sovranità energetica è un ossimoro. L’Italia che paga il prezzo più alto d’Europa per l’energia è un paese meno sovrano, non più sovrano, di quello che farebbe la transizione. Il fossile non è il passato che si vuole proteggere: è la dipendenza che si perpetua. E i decreti effimeri non cambiano questa equazione — la rinviano, un trimestre alla volta, fino al prossimo sciopero dei camionisti.





