
Il voto che non sorprende chi guarda la terraferma
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Il voto che non decide
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C’è un momento in cui la politica internazionale smette di essere strategie e diventa paura. Quel momento, forse, è adesso.
Nelle stesse ore in cui i ministri degli Esteri della NATO litigano sulla proposta del segretario generale Rutte — impegnare lo 0,25% del PIL in aiuti militari all’Ucraina, da vincolare come quota minima per tutti i paesi dell’alleanza — il ministero degli Esteri russo raccomanda ai cittadini stranieri e al personale delle ambasciate di lasciare Kiev “il prima possibile”, annunciando nuovi attacchi sistematici contro obiettivi militari nella capitale ucraina. Due notizie che si tengono, che si rispecchiano l’una nell’altra come due facce della stessa moneta logorata: da un lato un’alleanza che non riesce a trovare unità nemmeno di fronte al pericolo, dall’altro un’escalation che viene annunciata senza pudore, quasi fosse un comunicato meteorologico.
Almeno sette stati membri — tutti quelli che già spendono più dello 0,25% del PIL in aiuti a Kiev — avevano espresso sostegno alla misura. Ma qualsiasi proposta adottata dalla NATO richiede l’unanimità, e proprio questo requisito si è rivelato insormontabile. Il veto è arrivato da Londra, Parigi, Madrid, Roma, Ottawa. Cinque capitali che, per ragioni diverse — bilanci, politiche interne, stanchezza di guerra, calcoli elettorali — hanno detto no. Il risultato è che la proposta è affondata prima ancora di arrivare al vertice di Ankara, previsto per luglio. E con essa, almeno in parte, l’immagine di un Occidente capace di stare insieme quando conta davvero.
C’è qualcosa di politicamente inquietante in questa geografia del diniego. L’ingresso pieno di Kiev nell’Unione Europea entro il 2027, chiesto da Zelensky, viene considerato irrealistico da molte capitali europee. Ma lasciare l’Ucraina per anni in una sorta di limbo mentre continua la guerra con la Russia rischia di avere un costo politico enorme. Il limbo, appunto: quella terra di mezzo dove le decisioni non vengono prese, si rinviano, si sterilizzano nel linguaggio diplomatico finché la realtà non prende il sopravvento con la brutalità che le è propria.
E la realtà, intanto, parla chiaro. Mosca presenta l’escalation come risposta al raid attribuito alle forze ucraine contro l’Università pedagogica statale di Luhansk a Starobilsk, nella notte del 22 maggio. Secondo il bilancio fornito da Mosca, 21 morti e oltre 40 feriti, ragazzi tra i 14 e i 18 anni ospitati nel dormitorio colpito. La risposta ucraina è arrivata dal ministro Sybiha, che ha definito le minacce russe un tentativo di intimidazione rivolto soprattutto alla comunità diplomatica internazionale. Due versioni inconciliabili, come sempre. Ma la sostanza non cambia: Kiev torna nel mirino, e l’Occidente discute di percentuali di PIL.
Nel frattempo, su un altro fronte del grande disordine mondiale, è sotto attacco il convoglio di terra della Flotilla in Libia: il campo sgomberato con la forza, gli attivisti picchiati, feriti. A meno di una settimana dal sequestro israeliano delle navi dirette verso Gaza, seguito dalle violenze subite dagli attivisti, la Global Sumud Flotilla denuncia un altro attacco, stavolta sferrato contro un convoglio di terra nell’ovest della Libia. Un gruppo di dieci attivisti, tra cui due italiani, è stato fermato dai miliziani del generale Haftar e sarebbe finito agli arresti. La Farnesina si è attivata. Tajani ha detto che spera nel loro rientro rapido. Parole giuste, tono misurato. Ma anche qui, come sempre, la sensazione che si stia rincorrendo gli eventi anziché governarli.
Perché questo è il punto. Non è che l’Occidente manchi di risorse, di istituzioni, di capacità diplomatiche. Manca di volontà politica collettiva. Manca di quella cosa che i greci chiamavano phronesis — la saggezza pratica, il saper decidere nel momento giusto. Londra frena sugli aiuti a Kiev ma si indigna per la Flotilla. Roma vota contro la proposta Rutte ma attiva la Farnesina per due italiani fermati in Libia. Parigi calcola, Ottawa osserva, Madrid si sottrae. Ognuno fa la sua parte nel grande teatro dell’impotenza condivisa.
Il mondo non è in bilico per colpa dei cattivi — quelli ci sono sempre stati. È in bilico perché chi dovrebbe tenerlo in piedi balbetta. E il balbettio, nella storia, ha quasi sempre preceduto qualcosa di peggio.





