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Luigi Lovaglio è uomo di pragmatismo certificato, e il congresso Uilca a Venezia era l’occasione giusta per ribadire la propria narrazione. “Mi sento veramente tranquillo nel poter dire che noi siamo ben attrezzati per il futuro. E penso di poter aggiungere che ormai tutte le strade portano a Siena.” Una frase ad effetto, costruita sulla variazione di un adagio che tutti conoscono. Peccato che le strade, nella geografia reale del risiko bancario italiano, abbiano direzioni molto meno convergenti di quanto l’amministratore delegato voglia far credere.
Le strade che portano da qualche parte hanno sempre una condizione implicita: che esistano davvero, che siano percorribili, che qualcuno le abbia costruite. Roma la raggiungono in molti, perché la politica ha sempre trovato i suoi raccordi. Milano la raggiungono tutti, perché la finanza si è da tempo dotata di ogni infrastruttura necessaria. Siena, quella vera, quella fisica, è rimasta per decenni una città che le strade le aspetta ancora: niente Alta Velocità, niente autostrada degna di questo nome, un’accessibilità che è essa stessa una metafora della marginalità. Che tutte le strade portino a Siena è, in questo senso, un’affermazione che la geografia smentisce ogni giorno. E con essa, forse, anche qualcos’altro.
A Venezia Lovaglio ha riproposto la sua grammatica preferita: solidità patrimoniale record in Europa, capacità di generare ricavi e capitale, resilienza come cifra sistemica della combinazione con Mediobanca. Un lessico rassicurante, pronunciato con l’energia di chi ha capito che la narrazione è parte integrante dell’esecuzione, che il discorso è già un atto. “Corri per arrivare alla meta prima che piova”, ha detto. Un’immagine vivace. Che presuppone però che il cielo resti sereno abbastanza a lungo, e che non ci siano già nuvole accumulate all’orizzonte. Ce ne sono, e sono pesanti.
Giovanni Bazoli — una sola z — non attacca, non polemizza, non si espone. Fa qualcosa di più devastante: elenca. Quattro fatti, nudi e ordinati come pietre. Il CDA spaccato. L’incertezza sull’esito dell’operazione. L’inchiesta penale a Milano. Il nodo strategico irrisolto su cosa fare di Mediobanca. Detto da chiunque altro sarebbero critiche. Dette da lui — presidente emerito di Intesa, decano della finanza italiana, uomo che misura ogni parola da mezzo secolo — sono qualcosa di più vicino a un referto. Non esprime un’opinione sul futuro: descrive il presente. Ed è già abbastanza.
E la realtà che descrive è ostinata. Lovaglio era stato licenziato nella primavera del 2026, per poi rientrare dalla finestra grazie alla lista di PLT Holding: una leadership di ritorno, con un CDA che porta ancora le scorie di una vicenda tutt’altro che chiusa. La Procura di Milano gli contesta, insieme a Caltagirone e Milleri, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza per un concerto che risalirebbe al 2019. E il nodo su cosa fare di Mediobanca resta aperto: un’OPS vinta senza sapere ancora che cosa farne è una vittoria a metà.
Lovaglio può citare i 30 miliardi che diventeranno 50. Può evocare la “diligenza del padre di famiglia” e il dovere morale di prepararsi alle avversità. Può declinare la parola resilienza con la competenza tecnica di chi sa costruire architetture narrative solide quanto bilanci. Tutto andrà verificato. Per ora siamo nel mezzo di una partita in cui le pedine si muovono ancora, i fronti restano aperti e i punti fermi scarseggiano. Le sue affermazioni potranno rivelarsi fondate. O potranno rivelarsi quello che sono adesso: una narrazione in cerca di realtà.





