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Palazzo Strozzi porta a Firenze le opere del grande artista, sottolineandone il rapporto con Beato Angelico e Michelangelo e la forte componente spirituale
testo di Eugenio Giannetta
«Grandi visioni dell’ineffabile. Colori immediati eppure evocativi dell’infinito. Superfici profondamente saturate che rimangono diafane e fragili». Così scrive Christopher Rothko, secondogenito di Mark e Mary Alice Rothko, psicologo, scrittore e da trent’anni custode dell’eredità del padre insieme alla sorella Kate. Sono parole che aiutano a orientarsi, a dare un significato, ad avviare un dialogo senza tempo con uno dei grandi maestri dell’arte moderna, in mostra a Firenze, a Palazzo Strozzi e con due speciali sezioni presso il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana. Le tele di Rothko non si possono forse del tutto spiegare, vanno scoperte, avvicinate – per quanto possibile – nel loro essere sfuggenti da confini precisi e preconcetti.
I suoi dipinti sono sempre stati misteriosi, nebulosi, stratificati, sfidanti, eppure – forse proprio per tutte queste ragioni – carichi di significato. Sono dipinti per cui prenderemo in prestito due vocaboli dall’arte iper-contemporanea, traslandone però il significato a nostro uso e consumo: il primo a venire in mente fermandosi davanti al suo riconoscibile uso del colore, della luce, dello spazio, è “esperienza”. Oggi nell’arte tutto è esperienza; e così ci si trova proiettati in contesti urban rigenerati, in situazioni di environmental
art o installazioni site specific, dove fare un bagno di opere che sono insieme sonore, tattili, visive. In Rothko la parola “esperienza” assume però un’altra profondità e diventa l’esperienza di specchiare sé stessi nelle opere, la possibilità di attivare un percorso interiore, la stimolazione di un processo mentale che può raggiungere l’inconscio. Non a caso il figlio parla di un’opera «interamente pervasa dall’uomo».
Poi c’è la parte emotiva, per cui prendiamo in prestito un altro termine spesso abusato in questi tempi: “immersivo”. Anche qui però con una connotazione differente, perché guardare a lungo Rothko, fissare intensamente i “suoi” colori, significa perdersi, prima nel totale e poi nelle singole parti, prima nel monolite e poi nella stratificazione, prima nell’intensità delle singole sfumature e poi nella densità delle pennellate e in un insieme di istanze in costante interazione tra loro. Sarà un caso che sul web girino centinaia di foto di persone riprese alle spalle mentre fissano una sua tela? Guardando quelle immagini è facile osservare come la nuca di quelle persone sia perfettamente inserita, “immersa” nel singolo dipinto. A questo proposito, la performer Marina Abramović ha detto – proprio in riferimento a Rothko – che «una buona opera d’arte dovrebbe farti girare quando non la stai guardando» e avvolgere quindi l’osservatore. In fondo, come diceva l’artista stesso a proposito di combinare architettura, pittura e scultura, «in qualunque modo dipingete un quadro di dimensioni più grandi, ci siete dentro».
Per spiegare queste sensazioni, anche i curatori di questo progetto, concepito appositamente per Palazzo Strozzi per celebrare il legame speciale tra Rothko e Firenze, spendono due termini che sintetizzano ulteriormente le riflessioni: «Mio padre – afferma Christopher Rothko – desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava »; mentre l’altra curatrice, Elena Geuna, spiega che «l’incontro con Firenze rivela a Rothko una tradizione in cui pittura e architettura convergono in una dimensione contemplativa». Rothko, ispirato dai suoi viaggi a Roma e Firenze, fece infatti di questo elemento religioso e contemplativo nella sua opera una dimensione
spirituale, che a mano a mano divenne sempre più centrale nel suo processo artistico. Il percorso espositivo a Palazzo Strozzi si snoda cronologicamente, permettendo di ripercorrere l’intera carriera dell’artista: dagli anni Trenta e Quaranta, caratterizzati da opere figurative e in dialogo con i linguaggi dell’Espressionismo e del Surrealismo, fino agli anni Cinquanta e Sessanta, che si distinguono per le tele astratte create attraverso ampie campiture cromatiche capaci di coinvolgere lo spettatore attraverso un vocabolario intriso di poesia. Entrando a Palazzo Strozzi ci si imbatte in un autoritratto del 1936, poi si prosegue con oltre settanta opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia. Le sezioni del percorso attraversano i diversi momenti della ricerca dell’artista, documentando in particolare la sua relazione con la tradizione artistica italiana. Da Palazzo Strozzi, infatti, il progetto si estende con il Museo di San Marco, con cinque opere esposte in altrettante celle affrescate da Beato Angelico, e il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, con due opere in dialogo con la radicalità dello spazio progettato da Michelangelo. Il primo incontro dell’artista con Firenze risale al 1950, durante un viaggio in Italia insieme alla moglie, dove – come racconta egli stesso – rimane affascinato dalla pittura dell’Angelico a San Marco e dall’architettura michelangiolesca. Proprio il vestibolo, un ambiente unico – che l’artista visiterà nuovamente nel 1966 – sarà fonte di ispirazione per la serie dei Seagram Murals, realizzata alla fine degli anni Cinquanta.
Nelle opere dalle tonalità più delicate è infine palpabile l’influenza dell’arte italiana del Quattrocento e, in particolare, di Beato Angelico. Proprio l’accostamento dei due pittori nei ridotti spazi conventuali, perfettamente riuscito, evidenzia quanto entrambi condividano il desiderio di evocare un senso di trascendenza al tempo stesso distante e familiare. Beato Angelico coniuga presenza del divino e realtà terrena, Rothko costruisce una placida tensione di campiture cromatiche, rimettendo in discussione i concetti di teoria dei colori. Entrambi trasformano in meditazione l’emozione della pittura. «Un dipinto – scrive Christopher Rothko in Dentro l’opera (Marsilio Arte) – ci colpisce su diversi livelli e ne riconosciamo la grandezza quando ci obbliga a guardarci dentro». Ecco quanto e come “Rothko a Firenze” agisce su di noi con la sua complessità, emotiva e stilistica. “Rothko a Firenze”, a cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna. Firenze, Palazzo Strozzi, Biblioteca Medicea Laurenziana e Museo di San Marco. Fino al 23 agosto. Catalogo Marsilio Arte. Info palazzostrozzi.org





