
Il digiuno non basta
4 Giugno 2026
La Llorona – Carmen Goett
4 Giugno 2026Mentre l’Italia tratta con Bruxelles il permesso di spendere e rinvia il nucleare al 2034, qui da noi l’energia è una storia di quarant’anni — e ora chiude perfino il suo cerchio del carbonio
di Pierluigi Piccini
Leggo le cronache di questi giorni con il distacco di chi le guarda da un punto preciso del Paese, un comune piccolo sul versante senese dell’Amiata, e mi accorgo che gran parte dell’ansia nazionale, qui, non ci riguarda. A Roma e a Bruxelles si esulta per una deroga: la Commissione ha esteso all’energia la clausola di salvaguardia nata per le spese militari, uno spazio fiscale che per l’Italia vale fino a tredici o quattordici miliardi nel triennio. Magro bottino, e per giunta blindato: niente tagli alle accise, niente bonus, nulla che arrivi diritto alla bolletta di una famiglia. Solo investimenti strutturali, e dentro il perimetro già concesso alla difesa, mentre la procedura per deficit eccessivo resta soltanto sospesa. Ultimi per crescita, primi per debito, e perfino la flessibilità conquistata è una libertà vigilata — il tutto sotto un cielo oscurato da uno stretto lontano, Hormuz, che fissa il prezzo del nostro gas senza chiederci permesso. E intanto la maggioranza forza i tempi a Montecitorio per la delega sul nucleare: un testo che prevede il potere sostitutivo dello Stato sui territori che dicessero no, e che nella migliore delle ipotesi accenderà il primo kilowatt verso il 2033. Energia che non abbiamo, permesso che ci viene concesso, promessa che ci viene rinviata.
Da noi quella grammatica non vale. A Piancastagnaio l’energia non si importa e non si aspetta: sale dal profondo, dal vecchio vulcano, e lo fa da prima — il polo energetico toscano è qui da quarant’anni, da quando su queste pendici nacquero le prime centrali geotermiche d’Italia. Non è l’intermittenza del sole e del vento, prigionieri del tempo che fa; non è il fossile che paghiamo a un altro continente; non è l’atomo che forse arriverà. È calore costante, programmabile, di casa. Oggi abbiamo tre centrali in funzione e una quindicina di pozzi che prelevano il fluido a quattro chilometri di profondità, dentro il complesso geotermico più antico e insieme più innovativo del mondo, di cui l’Amiata è il cuore caldo.
Questa risorsa, da noi, è prima di tutto rendita propria e contrattata: con il rinnovo ventennale delle concessioni i comuni geotermici hanno portato a casa royalties e compensazioni — quattrocento milioni complessivi sui territori — non aiuti calati dall’alto e impacchettati da Bruxelles. E mentre la deroga europea promette di non sfiorare le bollette, noi quelle bollette le abbiamo già rovesciate: con dieci milioni di investimento, metà dal Pnrr e metà da un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti, stiamo portando il teleriscaldamento geotermico in tutto il paese. Sono già circa novecento le case scaldate dal vapore del sottosuolo, saranno milleduecento quando la rete coprirà l’intero territorio comunale. Il prezzo dell’energia che mette in allarme il governo, qui, lo abbiamo tolto dal tavolo.
C’è un punto su cui mi soffermo, perché è quello che chiude la partita anche con i critici di un tempo. L’unica obiezione seria alla geotermia amiatina riguardava l’anidride carbonica naturalmente contenuta nei fluidi del sottosuolo. Ebbene, quel residuo stiamo per riprenderlo. Enel Green Power, in partnership esclusiva con Nippon Gases — insieme al Gruppo SOL — sta completando a Piancastagnaio un impianto che intercetta la CO2 prima che raggiunga l’atmosfera, la purifica e la liquefa per l’industria alimentare, della refrigerazione, chimica e farmaceutica. Entrerà in funzione in ottobre, porterà oltre venti posti di lavoro qualificato e fornirà da solo circa il trenta per cento del fabbisogno nazionale di anidride carbonica pura. È la chiusura del cerchio: l’emissione diventa prodotto, lo scarto diventa filiera. Il sistema, qui, tende ormai al ciclo chiuso — l’acqua reiniettata, il carbonio recuperato — e quella che era una passività ambientale si trasforma in un’industria.
C’è infine una differenza di metodo che mi sta a cuore più di ogni cifra. Il nucleare ha bisogno di un potere sostitutivo per piegare i territori; noi, i sindaci dei comuni geotermici, abbiamo trattato uniti e da protagonisti, e abbiamo firmato un accordo da soggetti, non da sudditi. È la distanza fra il governo di una risorsa che si possiede e la richiesta del permesso di spenderne un’altra.
Così, mentre l’Italia vive la questione energetica come mancanza, dipendenza e attesa — il gas degli altri, i miliardi vigilati, l’atomo del prossimo decennio — qui la viviamo come presenza e governo. Il futuro che il Paese rinvia al 2034, a Piancastagnaio arde già da quarant’anni: è il fuoco di sotto, lo stesso che ha forgiato la cosmologia di questa montagna e che oggi, prosaicamente, paga le scuole, scalda le case e ora ricuce persino il proprio cerchio del carbonio. Non è poco, in un Paese che per avere il diritto di sostenere la propria energia ha dovuto trattare per settimane il permesso di qualcun altro.





