
Il pretesto
8 Giugno 2026
Una non vale l’altra
9 Giugno 2026Ogni volta che il sindaco torna ad associare la banca alla città compie un gesto che vorrebbe essere di fedeltà e che è invece di anacronismo. Parla come se quel legame fosse ancora un fatto, mentre è ormai soltanto un ricordo; e celebra il ricordo nel momento esatto in cui sarebbe necessario prenderne congedo.
Conviene dirlo con la profondità di tempo che la cosa richiede, perché non si tratta di un ritardo di mesi ma di decenni. La separazione del 1995 — la trasformazione del Monte in società per azioni e la nascita della Fondazione — non fu una perdita, ma una delle poche operazioni lungimiranti di quegli anni: mentre in tutta Italia le città perdevano in fretta il controllo dei propri istituti, Siena costruì un modello originale, una banca capace di competere sul mercato e una fondazione che custodiva il legame con il territorio. Quel modello, però, chiedeva una cosa precisa a chi governava: tenere distinti i due piani, la banca e la città, senza confonderli mai. È esattamente la disciplina che oggi viene meno, ogni volta che si torna a fonderli con un discorso.
Da lì in poi l’appartenenza è stata erosa per gradi. La quotazione in Borsa introdusse la logica degli azionisti, alla quale una banca risponde prima che alla propria città. Poi venne Antonveneta, nel 2007, e lì il filo si spezzò davvero: un’acquisizione fuori misura che costrinse la fondazione a indebitarsi per non mollare la presa, e da quel debito cominciò la diluizione che la ridusse, in pochi anni, a una quota residuale. Il 2017 fece il resto: con la ricapitalizzazione precauzionale il controllo passò allo Stato, cioè a Roma. Siena non perse il Monte in un giorno: lo perse poco alla volta, quasi senza accorgersene. Oggi “di Siena” è rimasto nell’insegna, non nella proprietà e non nel governo.
L’ultima illusione ha un nome recente. Si è creduto che con la gestione di Lovaglio la banca sarebbe rimasta a Siena: risanata, tornata agli utili, di nuovo solida, come se la salute coincidesse con la permanenza. È stato un errore di prospettiva, e dei più insidiosi, perché si traveste da buona notizia. Una banca malata nessuno la vuole; una banca risanata è esattamente il pezzo che si muove. Il risanamento non ha messo l’istituto al riparo: lo ha reso appetibile. Ciò che sembrava la garanzia del suo radicamento era in realtà la condizione della sua partenza. Si confondeva la guarigione del malato con il suo ritorno a casa, mentre il malato guarito veniva preparato per altre nozze.
I nodi vengono al pettine adesso, ed è corretto riconoscere che a far precipitare il processo è stata l’operazione su Mediobanca. Nel momento in cui il Monte è passato da preda a soggetto attivo del risiko, da banca da difendere a strumento di un disegno più grande, ha messo i due piedi sulla scacchiera nazionale e li ha tolti definitivamente dal territorio. Una banca che lancia un’offerta su Mediobanca non è più una banca locale che resiste: è una leva nelle mani di chi quella scacchiera la muove. L’accelerazione non è venuta da Siena né è stata pensata per Siena; Siena è stata, semmai, la casella di partenza e il nome da spendere.
È a questo punto che si capisce la posta vera dell’operazione di oggi. La città non ne è il bersaglio: ne è il pretesto. Serve il suo nome, la sua storia, il suo capitale di affezione, per dare a una manovra decisa altrove l’apparenza di una questione senese. E chi, governando la città, continua a confondere i due piani non difende nulla: fornisce all’operazione il suo alibi. Consegna Siena come argomento.
Qui sta il paradosso che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia. Mentre la banca perdeva la propria indipendenza fino a diventare strumento, la città la conquistava. Siena non è più la banca: può finalmente parlare di sé senza dover prima parlare di un istituto, può pensarsi a partire dalle proprie risorse e non dai dividendi di altri. È libera, e non lo sa. La banca è catturata, e se ne parla come fosse ancora padrona di sé. Le due affermazioni del sindaco — la banca è di Siena, Siena è la banca — sono entrambe false, e false nel modo più costoso: rimettono al guinzaglio una città che si è sciolta, legandola alla sorte di ciò che non le appartiene più.
So bene che parlare così, in una città che al Monte ha legato per generazioni la propria identità, mi esporrà alla critica. Ma ci sono momenti in cui occorre mantenere la lucidità necessaria, anche al prezzo di non essere capiti subito. Questo è uno di quei momenti: il sentimento merita rispetto, ma non può prendere il posto del giudizio.
Il compito della classe dirigente senese non è dunque trattenere un fantasma. È compiere, prima a parole e poi nei fatti, quel disaccoppiamento che il modello del 1995 chiedeva già allora e che la storia ha poi scritto da sé. Dire con nettezza: noi non siamo la banca, la banca non è più nostra. Non per rancore, ma per verità — e perché solo così si toglie all’operazione il pretesto e alla città il ruolo di alibi. Una città che si riconosce libera non ha bisogno di piangere una banca che non è più sua. Ha bisogno di governare ciò che le resta, e che non è poco: la terra, l’acqua, l’energia, il nome. Soprattutto il nome, che è bene troppo prezioso perché lo si lasci spendere agli altri come fosse ancora la loro insegna.





