
La banca più antica del mondo come pezzo di scacchiera
12 Giugno 2026
La Jornada all’italiana: il giorno in cui il Parlamento ha discusso di ginocchiere mentre quattro braccianti bruciavano nel silenzio
12 Giugno 2026La Jornada: “Il Messico entra nella storia inaugurando il suo terzo Mondiale di calcio tra musica latina e migliaia di tifosi”
Il titolo è da fanfara, il pezzo è da elegia. La Jornada celebra in apertura il terzo Mondiale inaugurato all’Azteca — pardon, allo “stadio Ciudad de México”, perché anche i nomi ormai si vendono — ma chi legge l’articolo di Juan Manuel Vázquez trova tutt’altro che una festa. Trova la constatazione che questa Copa del Mundo non somiglia né al 1970, quando il torneo nacque dall’intesa fra la FIFA, il governo di Díaz Ordaz e la televisione di Azcárraga, né al 1986, quando Televisa ne fu padrona assoluta. Stavolta il padrone è uno solo: quell’impero chiamato FIFA che vorrebbe convincerci che si tratta di calcio, mentre è sempre più evidente che si tratta soprattutto di altro. Il Messico, scrive il cronista, sarà anfitrione per il respiro di tredici partite, poi tornerà spettatore. Fuori dallo stadio, mentre sul prato sfilavano Maná, Belinda, J Balvin e infine Shakira, le madri dei desaparecidos alzavano la voce, gli insegnanti della CNTE manifestavano, il bloque negro tentava di forzare la porta 8. E i prezzi — trecento pesos una lattina di birra — hanno lasciato fuori il tifoso di sempre, quello che dava sapore all’ambiente. La frase più amara è quasi un inciso: uno dei Paesi ospitanti, gli Stati Uniti, ha bombardato uno degli invitati, l’Iran, e ne ostacola la delegazione. La cerimonia, conclude Vázquez, non è stata la messa in scena di una modernità come nel 1970, ma il simulacro di un’unione universale che le strade del mondo smentiscono. In campo, almeno, qualcosa di antico ha funzionato: il Messico ha battuto il Sudafrica 2-0 e si è preso la prima partita del Mondiale 2026 (“Con 2-0, México vence a Sudáfrica”).
Quanto il simulacro sia fragile lo dimostra la stampa statunitense, che al Mondiale di casa propria dedica attenzione distratta: i giornali americani sono occupati a inseguire l’ennesima giornata di montagne russe retoriche sul conflitto con l’Iran. Al Jazeera registra che “Trump annulla la terza notte di attacchi contro l’Iran dopo aver minacciato l’isola di Kharg” — l’isola da cui passa il grosso dell’export petrolifero iraniano, evocata come bottino e poi rimessa nel cassetto. Poche ore dopo, il dietrofront: il Washington Post titola che Trump afferma di aver annullato i piani di attacco “sostenendo che un accordo sia ormai vicino”. Il Guardian completa il quadro con la doccia fredda di Teheran: gli Stati Uniti sarebbero sul punto di firmare una pace, ma l’Iran fa sapere che nessuna decisione definitiva è stata presa. È la diplomazia come sequenza di annunci, dove la minaccia e l’accordo sono intercambiabili nell’arco di una giornata e la guerra diventa un genere della comunicazione prima che della strategia.
Dentro questo rumore, il New York Times trova la storia che va oltre la cronaca e che dice più di cento analisi: secondo gli avvocati, donne fuggite dall’Iran saranno deportate dagli Stati Uniti nella Repubblica Centrafricana. Donne scappate da un regime che gli stessi Stati Uniti bombardano, rispedite non a casa ma in un Paese terzo, scelto come discarica geopolitica. È il punto in cui la politica dei gesti incontra i corpi, e i corpi perdono. E l’apertura dello stesso quotidiano newyorkese ci riguarda direttamente come continente: il piano americano prevederebbe il ritiro di un terzo dei caccia forniti alla NATO per l’Europa. Mentre Washington gioca alle montagne russe con Teheran, smonta un pezzo dell’ombrello europeo. Chi in Europa continua a ragionare di difesa come di un capitolo di spesa rinviabile farebbe bene a leggere quel titolo due volte.
L’Europa, intanto, si occupa di confini. In Svizzera si avvicina il voto sull’iniziativa che vorrebbe fissare per legge un tetto di dieci milioni di abitanti: l’AP ne dà conto come di un referendum sull’immigrazione travestito da aritmetica demografica, mentre la NZZ — con il consueto understatement elvetico — sostiene che la Svizzera “deve fare meglio degli altri Paesi”, ammettendo implicitamente che il problema posto dall’iniziativa esiste anche se la risposta del tetto numerico è sbagliata. A Belfast il Guardian rivela che la polizia era stata avvertita da mesi sugli indirizzi poi presi di mira durante i disordini: le case degli immigrati erano segnalate, mappate, conosciute, e nessuno ha mosso un dito. A Londra un secondo ministro si dimette nella controversia sulla spesa per la difesa, aumentando la pressione su un premier che deve scegliere fra il riarmo chiesto dalla NATO (quella stessa NATO che gli americani stanno alleggerendo) e un welfare già esangue. E in mezzo a tanto disfacimento spunta un paradosso virtuoso: l’Ungheria di Orbán, raconta la Deutsche Welle, stringe un accordo importante con l’Ucraina, il suo “ex nemico”, sui diritti della minoranza magiara e sul percorso di adesione europea. Quando perfino Budapest tratta con Kiev, vuol dire che la geografia degli interessi si sta riscrivendo più in fretta delle ideologie.
Ma la frase del giorno arriva dal molo di Arguineguín, alle Canarie, dove approdano i cayucos e dove troppo spesso si contano i morti. Lì il Papa ha detto, riferisce El País: «Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto». È la chiave che tiene insieme tutta la rassegna: le donne iraniane deportate in Centrafrica, il tetto demografico svizzero, le case segnate di Belfast, perfino il Mondiale dei prezzi proibitivi che seleziona il pubblico per censo. Ovunque, la dignità viene subordinata al documento, allo status, al potere d’acquisto. Il monito del molo dei cayucos vale per tutti i moli, materiali e simbolici.
E la chiusura, quasi una nemesi, la offre la CNN: migliaia di americani stanno rinunciando alla cittadinanza. Il passaporto più desiderato del Novecento, quello per cui generazioni hanno attraversato oceani, viene restituito al mittente — per ragioni fiscali, certo, ma anche per stanchezza politica, per estraneità, per quel sentimento di non riconoscersi più che è la forma privata delle crisi pubbliche. Il giorno in cui il Mondiale “dell’unità” si inaugura in tre Paesi di cui uno bombarda un invitato e deporta donne in fuga, c’è chi al passaporto di quel Paese rinuncia volontariamente. La dignità umana non ha passaporto; a quanto pare, sempre più spesso, nemmeno lo vuole.





