
Custodire
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14 Giugno 2026La scatola nera
C’è un oggetto che conosciamo tutti senza averlo mai visto: la scatola nera degli aerei. Sopravvive allo schianto, custodisce il racconto di ciò che è accaduto, eppure di sé non mostra nulla — è chiusa, sigillata, e per giunta, beffardamente, nemmeno nera. Tiene dentro la verità senza esibirla. È un’immagine perfetta per cominciare, perché è anche il titolo dell’opera con cui l’artista Dawit Abebe debutta a Venezia, nella settimana che inaugura la Biennale: Blackbox, una riflessione sulla memoria, sull’opacità e sul corpo umano. Abebe fa del corpo una scatola nera: qualcosa che registra tutto — le storie, le ferite, le appartenenze — e che però non si lascia leggere in superficie. Si guarda una persona e si crede di vederla; in realtà si vede solo l’involucro arancione, mentre dentro continua a girare un nastro che non ci è dato ascoltare.
Tenete a mente questa figura — il corpo come deposito opaco — e leggetela accanto a una notizia all’apparenza tutt’altra: secondo uno studio, il quaranta per cento delle persone evita ormai di seguire le notizie. Siamo abituati a giudicare questo gesto con severità, a chiamarlo disimpegno, pigrizia, fuga. Ma forse è anche un’altra cosa. È il movimento di chi, sommerso da un flusso ininterrotto di catastrofi recapitate in tempo reale, decide di chiudere la propria scatola per non lasciarsi svuotare. In un’epoca che pretende da ciascuno una disponibilità assoluta — vedere tutto, sapere tutto, reagire a tutto, sempre —, chiudersi può essere meno un’abdicazione che un atto di sopravvivenza. Non perché il dolore del mondo non riguardi, ma perché un interiore che assorbe ogni cosa senza tregua finisce per non poter più fare nulla di ciò che assorbe. C’è una soglia oltre la quale la trasparenza totale non illumina: stordisce. E voltarsi dallo schermo diventa il modo umile di tenere intatto un dentro, per poterlo poi spendere altrove.
Resta però il rischio opposto, ed è giusto nominarlo: la scatola che si chiude per sempre non custodisce, semplicemente tace. C’è un’opacità che protegge e un’opacità che abbandona, e la differenza non è da poco. La prima tiene in serbo qualcosa in attesa di poterlo dire; la seconda spegne il nastro. Tutta la questione sta lì, nel margine sottile tra il difendere un interiore e il murarlo.
Ed è qui che entra in scena la terza notizia, la più luminosa: a Sarajevo si celebra la quarta Giornata della danza contemporanea, sotto un’insegna che è quasi un programma — uniti attraverso la danza. Non sfugge la coincidenza, e fa quasi male. Sarajevo è stata, per anni, la città più esposta d’Europa: un luogo in cui ogni corpo allo scoperto poteva diventare bersaglio, in cui la visibilità non era libertà ma condanna a morte. Lì la trasparenza fu letale. E proprio da lì viene oggi l’affermazione opposta: il corpo non come bersaglio ma come incontro, non come superficie da colpire ma come linguaggio. La danza dice ciò che nessuna informazione può dire. Non spiega, non documenta, non si lascia ridurre a didascalia: muove. È la forma più antica di un sapere che si trasmette da corpo a corpo, senza passare per l’archivio né per lo schermo — un sapere che molte culture, ben prima della nostra ossessione documentaria, hanno custodito affidandolo al gesto e non alla scrittura. Il danzatore è una scatola nera che, invece di restare muta, sceglie di raccontare nell’unico modo che non tradisce l’interiorità: mettendola in movimento.
Tre notizie, dunque, e un’unica domanda sotto: che cosa facciamo del nostro dentro, in un tempo che lo vorrebbe tutto in chiaro, tutto disponibile, tutto in diretta. L’artista che fa del corpo un deposito opaco, la persona che si sottrae al flusso per non svuotarsi, la città che riscopre nel movimento condiviso un modo di esistere insieme: sono tre risposte alla stessa pretesa, quella che vorrebbe abolire ogni opacità in nome di una trasparenza che, a guardarla bene, è soprattutto esposizione.
La verità, credo, è che non tutto ciò che vale chiede di essere visto per essere vero. Esistono memorie che si tengono proprio perché non si esibiscono, e si rivelano solo quando trovano la mano giusta che apre la scatola, o il corpo giusto che le danza. La scatola nera non è il contrario della verità: ne è il custode paziente. Sopravvive allo schianto per poter, un giorno, raccontare. E forse il compito, oggi, non è aprirsi a tutto né chiudersi a tutto, ma imparare di nuovo questa misura antica: tenere dentro ciò che conta, finché non venga il momento — e il modo — di restituirlo.





