C’è polvere ormai sui meravigliosi rilievi murali di Yves Klein nel Musiktheater im Revier a Gelsenkirchen, in Germania. Rimuoverla sarebbe operazione complessa e delicata, e, chissà, forse non indispensabile – i depositi del tempo sono ormai parte della storia materiale dell’opera. Ma a guardarli oggi, oltre che meraviglia suscitano strazio. Che fine ha fatto la nostra capacità di immaginazione? La patina che offusca il colore amato da Klein, in grado di evocare l’immensità del mare e del cielo, arriva come una metafora: il bacino della Ruhr – già vitalissimo epicentro culturale, oltre che economico – oggi mostra una fatica che è di tutto il vecchio continente.
È in questa regione, nel cuore dell’Europa, che approda nei prossimi giorni la biennale interdisciplinare nomade Manifesta. Si sarebbe dovuta ispirare alla nuova via della seta che proprio qui era previsto terminasse; ridimensionato il megaprogetto del Belt and Road, sarà invece un’edizione volta a innescare processi di rigenerazione sociale a partire dalla dimensione iperlocale. Del resto, dopo l’euforia per una globalizzazione risultata incapace di rispettare i bisogni delle persone, rimettere i piedi a terra è forse l’unica via praticabile per ritrovare slancio.
La regione della Ruhr ha alimentato nel bene e nel male l’industria tedesca con acciaio e carbone fin dalla metà dell’Ottocento; la Seconda guerra mondiale l’ha devastata, mentre la stessa attività estrattiva che ha generato ricchezza, creato lavoro e attirato stranieri disposti a prendersene carico, l’ha ferita profondamente – non solo movimentando un paesaggio sostanzialmente piatto con colline artificiali, ma anche minacciandolo con fenomeni di subsidenza e innescando un elevato rischio ambientale: le vecchie gallerie minerarie impongono una Ewigkeitsaufgabe, un “compito per l’eternità”, ovvero il pompaggio continuo delle acque per evitare contaminazioni e allagamenti. In anni più recenti la Ruhr ha anche saputo diventare simbolo di una riqualificazione postindustriale possibile, trasformando in parchi a forte attrazione turistica il retaggio produttivo, nonché investendo su settori di punta come tecnologie ambientali, cybersicurezza, industria della conoscenza e oggi difesa. Ma i benefici sono a macchia di leopardo, e lasciano in difficoltà e mal collegate numerose porzioni di territorio. Il disagio si esprime nelle urne, con il partito dei populisti di destra Alternative für Deutschland in crescita marcata.
È dall’analisi di questa realtà policentrica, multiculturale, contraddittoria, e tanto estesa quanto frammentata, che è emerso il tema di Manifesta 16 Ruhr. L’urbanista catalano Josep Bohigas – nel gergo della biennale, il “primo mediatore creativo” di questa edizione –, rivendicando le qualità imprescindibili e oggi sottoutilizzate della sua disciplina, e coinvolgendo esperti e studenti in attività di ascolto e di raccolta dati, ha sviluppato una Urban vision (meritevole di una lettura a sé) che identifica nelle chiese non più adibite al culto il grimaldello attraverso il quale Manifesta può provare a svolgere il suo ruolo di catalizzatore sociale. Tali edifici religiosi hanno, infatti, una presenza capillare, il che li candida a infrastruttura ideale per attivare quei processi di rigenerazione urbana che l’urbanistica contemporanea vuole ancorati ai quartieri e alle relazioni di prossimità.
Nella Renania Settentrionale-Vestfalia ben il 43% delle chiese è stata costruita nel secondo Dopoguerra: coerentemente con una visione dell’architettura intesa come strumento di rinascita civile e democratica, alle Pantoffelkirchen – le chiese così vicine da poter essere raggiunte senza indossare le scarpe – era stato affidato il compito di far da legante del tessuto sociale. Oggi molte di queste strutture moderne e brutaliste sono in disarmo, afflitte da un destino comune ai luoghi di culto cristiano di molti Paesi europei. Rischiano degrado, demolizione o appropriazione privata. Eppure sono state fulcro vitale di quartiere, tanto sensibili alle istanze della loro comunità che la chiesa di St. Joseph a Gelsenkirchen (oggi una delle città più povere del Paese) ospita una vetrata del santo Aloisio con pallone tra i piedi, in omaggio alla locale squadra di calcio FC Schalke 04: in che cosa potrebbero trasformarsi questi spazi oggi per recuperare la loro pregnanza?
Proveranno a rispondere gli interventi ospitati in dodici chiese a Bochum, Duisburg, Essen e Gelsenkirchen: qui, cardine della biennale diffusa, sono stati sollecitati a lavorare i “mediatori” di Manifesta, tenendo conto delle consultazioni e dei workshop organizzati con gli abitanti. Oltre a Bohigas, ci saranno – in coppia, così da rappresentare sensibilità generazionali diverse – i tedeschi René Block e Leonie Herweg, i polacchi Anda Rottenberg e Krzysztof Kościuczuk, e i britannici Henry Meyric Hughes e Michael Kurtz, affiancati da Gürsoy Doğtaş per il programma pubblico. Un centinaio gli artisti e i collettivi rappresentati, tra affermati ed emergenti, con oltre sessanta nuove commissioni. L’impianto rimarca la chiara proiezione europea che per Manifesta ha voluto Hedwig Fijen, fondatrice e direttrice (quest’anno per l’ultima volta: subentrano Emilia van Lynden e Catherine Nichols). Il dialogo con il resto del continente è utile non solo per elaborare soluzioni localmente rilevanti, ma per ispirare: i problemi sono comuni; le chiese-pantofola riprogrammate, un invito a reinventarci.
Manifesta 16 Ruhr
Dal 21 giugno al 4 ottobre
https://manifesta16.org







