
Il nuovo statuto del Santa Maria della Scala
17 Giugno 2026
Harry Styles – Sign Of The Times
17 Giugno 2026C’è stata una stagione, in Italia, in cui il berlusconismo era una notizia. Lo si poteva amare o detestare, ma lo si vedeva: era un’irruzione, un modo nuovo e riconoscibile di stare nello spazio pubblico, e perciò aveva avversari e adoratori. Quella stagione è finita da un pezzo, e non perché qualcuno l’abbia vinta. È finita nel modo in cui finiscono le rivoluzioni riuscite: diventando paesaggio. Oggi il berlusconismo non è più un partito né un’estetica di battaglia, è il clima. Si respira senza accorgersene, soprattutto là dove meno te lo aspetteresti, e dove un tempo si sarebbe parlato d’altro — nella cultura, per esempio.
Prendete una qualsiasi presentazione di una stagione teatrale di provincia, oggi, in una qualunque città di media grandezza. Il copione è ovunque lo stesso, e nessuno l’ha scritto: si comincia dai numeri. Gli abbonamenti, i sold out, le decine di migliaia di spettatori dell’anno prima, l’obiettivo di crescere ancora, gli sponsor da intercettare. Non è cinismo, è naturalezza: il valore di una stagione si dice contandola. È l’auditel diventato senso comune, la misura che ha colonizzato perfino il luogo che per definizione resisteva alla misura, perché il teatro era ciò che non si poteva mettere in tabella. Adesso la tabella viene prima, ed è la prova del nove. Lo spettatore, che era una persona seduta al buio, è diventato un dato che cresce o cala.
Poi viene l’emozione, ed è il secondo strato del sedimento. Si chiede al pubblico di commuoversi, non di giudicare. Il teatro che “ci fa sentire vivi”, la vita celebrata, l’esperienza che riscalda — un lessico affettivo che avvolge l’offerta e la sottrae alla discussione. Non è ipocrisia, è la traduzione fedele di una pedagogia televisiva durata trent’anni, che ha insegnato a un intero Paese a partecipare con la pancia e a diffidare della testa come di una scortesia. Chi si commuove non contesta il cartellone: lo abbraccia. E un pubblico che abbraccia è il sogno di qualsiasi gestione.
Il terzo strato è il più intimo, e riguarda i nomi. Il cartellone si regge sui volti, e i volti sono quelli della televisione: gli attori che la sera entrano nelle case, le voci familiari, i protagonisti delle fiction. Non è uno scandalo, è una garanzia. Il volto noto è la rassicurazione che la spesa non sarà sprecata, che si riderà o ci si emozionerà nel modo previsto, che il teatro somiglierà a ciò che già si conosce. È la fine di una vecchia idea — il teatro come incontro con qualcosa che non sapevi di voler vedere — sostituita da un’altra, più mite e più consolatoria: il teatro come conferma. La televisione non ha invaso il palcoscenico, lo ha semplicemente reso prevedibile.
E infine c’è la firma. La stagione non è quasi mai un bene anonimo della città, è l’emanazione di qualcuno — un direttore con la sua biografia, un sindaco che la rivendica, i prezzi tenuti bassi come gesto personale, “voluti” da chi amministra. Il dono del principe ha preso il posto della politica pubblica, e nessuno ci trova nulla di strano, perché il berlusconismo è stato esattamente questo: la coincidenza tra un’istituzione e la persona che la incarna, il potere che si presenta come generosità e l’opera che si firma come si firma un autografo. La differenza è che allora era una scelta vistosa, e oggi è la cosa più ovvia del mondo.
Tutto questo non andrebbe nemmeno chiamato critica. È una presa d’atto. Il berlusconismo come fenomeno politico si poteva combattere, perché aveva un volto e un nome; questo no, perché non ha più né l’uno né l’altro. È diventato il modo in cui spontaneamente si pensa la cultura quando la si deve far quadrare: misurabile, emozionante, firmata, rassicurante. È l’aria. E il guaio dell’aria è che non la si discute — la si respira, e si finisce per chiamarla normalità.





