
Chi resta
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Chiamarsi fuori è una posizione
18 Giugno 2026Il fuori testo
C’è una frase, in fondo alla rassegna di questi giorni, che meriterebbe di essere letta come si legge una confessione. Funzionari statunitensi spiegano che il testo dell’accordo con l’Iran conta poco, perché non tiene conto degli impegni presi per vie informali, nei canali che non lasciano traccia. Non è una notizia tra le altre: è una grammatica. Chi ha scritto il documento ci avverte di non fidarci del documento, perché la sostanza vive altrove, in un retrobottega dove la parola non si firma e non si rilegge. L’atto pubblico diventa una superficie cortese, un cerimoniale; il vincolo vero abita il non detto.
Una volta riconosciuta, questa grammatica si ritrova ovunque. Era stato promesso che nessun soldo del contribuente avrebbe pagato la nuova sala da ballo, e poi arrivano le fatture dell’appaltatore a dire che metà di seicento milioni esce da fondi pubblici: la dichiarazione e la pezza d’appoggio raccontano due mondi che non si toccano. Le tutele per i detenuti vengono cancellate dopo un’interlocuzione privata del principale fornitore di servizi: la regola scritta cede a una telefonata che nessuno trascrive. È sempre lo stesso movimento. Esiste un testo, esiste un fuori testo, e il potere si è trasferito armi e bagagli nel secondo, lasciando al primo il compito di tranquillizzare chi ancora crede che leggere serva a capire.
Il punto non è la consueta distanza tra promessa e mantenimento, vecchia quanto la politica. Il punto è più radicale e più nuovo: si rivendica apertamente che il testo non vale, che la verità sta nel canale informale, e si chiede al cittadino di accettarlo come prova di realismo. È un’inversione che vale la pena nominare. Le tradizioni che hanno fondato il legame sulla parola data — molte, e non soltanto le nostre — lo facevano per stringere, non per sciogliere: la parola valeva perché pronunciata davanti a testimoni, dentro una comunità che poteva ricordare e chiamare a rispondere. Il retroscena di oggi è quella stessa oralità privata del testimone. È la parola sottratta alla comunità, restituita a chi la pronuncia come strumento per non essere mai vincolato a nulla. Non un patto, ma il suo contrario travestito da intimità tra potenti.
Da qui discende il resto della rassegna, che a prima vista sembra dispersa e invece tiene insieme bene. La sconfitta spacciata per vittoria appartiene allo stesso registro: se il testo non conta, allora il risultato è quello che la voce decide di chiamare risultato, e i miliardi congelati restano la posta concreta di una trattativa che nessuno mette per iscritto perché scriverla significherebbe obbligarsi. Il figlio di un ex presidente brasiliano condannato per aver cercato sostegno oltreoceano allo scopo di piegare il processo del padre è la stessa logica vista dall’altro capo: il tentativo di spostare la giustizia in un canale dove la legge non arriva. E qui qualcosa, finalmente, resiste. Una Corte che condanna ricorda che la legge ha un testo e una giurisdizione, che esiste un dentro al quale non si sfugge prendendo accordi fuori.
Perché il controcanto, in questa rassegna, c’è, ed è la parte che andrebbe guardata con più attenzione. La Colombia che approva la prima legge dell’America Latina contro le mutilazioni genitali femminili compie il gesto opposto a quello del retroscena: nomina un male per poterlo vietare, affida alla parola scritta il compito di proteggere chi non ha voce nei canali privati. La Francia che abbandona uno strumento opaco di analisi dei dati per un fornitore proprio non difende soltanto una filiera nazionale: rivendica il diritto di sapere come funziona ciò che la governa, di leggere il proprio strumento invece di affidarsi a una scatola altrui. Sono atti di sovranità nel senso più semplice e più dimenticato: la pretesa che le cose siano leggibili.
E poi c’è Taty. Migliaia di persone che salutano una storica Madre di Plaza de Mayo, e quella parola che da decenni si grida nelle piazze argentine: presente. È la forma più ostinata di documento che conosciamo. Contro un potere che chiede di non leggere il testo, una comunità che legge ad alta voce i nomi, uno a uno, e risponde per loro. Là dove il retroscena vuole il vuoto — il caso non chiarito, la morte senza spiegazione che diventa il monumento di sé stessa, come torna a essere quella di Epstein nelle inchieste che riprovano ogni ipotesi senza trovare il fondo — il presente delle Madri oppone la cosa più difficile da rinegoziare in un canale informale: un corpo contato, un nome che torna.
Resta, allora, il compito civile più dimesso e più necessario. Mentre i leader europei chiedono che qualcuno ospiti finalmente il tavolo tra Kiev e Mosca, e il G7 promette sostegno e sanzioni in una dichiarazione congiunta, la domanda vera non è chi siederà al tavolo, ma se qualcuno crede ancora che ciò che vi si scriverà obbligherà davvero. Tutto dipende da quanto siamo disposti a difendere il testo contro il suo fuori testo: a pretendere la fattura accanto alla promessa, la regola accanto alla telefonata, il nome letto accanto al silenzio. Non è poco. È, in fondo, l’unica cosa che distingue una comunità da una stanza chiusa dove pochi si parlano sapendo che nessuno potrà mai chiedergliene conto.





