
«L’opas su Mps? Governo neutrale. Ma per Intesa possibili prescrizioni»
19 Giugno 2026
Giangiacomo Feltrinelli
19 Giugno 2026
Muore a novantacinque anni l’uomo che più di ogni altro ha pensato la Chiesa italiana come potenza pubblica, e la celebrazione che oggi gli si tributa — gigante di intelligenza e di fede, pastore saggio e sollecito, non un Richelieu ma un credente — ha la funzione che hanno sempre i panegirici delle esequie: addolcire i contorni, smussare lo spigolo, restituire l’uomo alla sua statura privata proprio nel momento in cui se ne misura quella storica. Ma la statura storica di Ruini non sta nella pietà personale né nel sacerdozio come nucleo generatore della sua attività, formula commovente che il coccodrillo affettuoso gli cuce addosso. Sta in una scelta di campo che ha attraversato un quarto di secolo italiano e che merita, oggi più che mai, di essere guardata senza l’incenso: la decisione di trasformare la Chiesa da soggetto di mediazione a soggetto di presenza.
C’è una parola, nei testi che lo ricordano, che torna come un’ossessione e che è la chiave di tutto: presenza. Il Progetto culturale che Ruini concepì e impose alla Conferenza episcopale negli anni Novanta nasceva dalla diagnosi di un Paese «disorientato» dal relativismo, e proponeva come terapia non l’annuncio ma la riconquista. Non si trattava più di seminare e attendere, di lavorare nel lievito senza pretendere di vedere la pasta crescere; si trattava di occupare lo spazio, di rendersi visibili, di pesare. La differenza non è di sfumatura. Per secoli la grande intelligenza cattolica aveva saputo che la verità più alta è quella che si dona e che proprio nel donarsi eccede ogni presa, sfugge a chi crede di possederla, non si lascia mai ridurre a posizione da difendere in un campo di battaglia. Ruini capovolse questo movimento. La sua verità non si donava: si affermava, si presidiava, si contava. E una verità che si conta — alle urne, nei sondaggi, nei rapporti di forza parlamentari — ha già cessato di essere ciò che dice di essere.
Il momento in cui questa logica mostrò il suo volto fu il referendum del 2005 sulla procreazione assistita. Lì Ruini giocò la carta dell’astensione, e fu una mossa di rara freddezza tattica: non chiamare i cattolici a votare contro, ma a non votare affatto, sabotando il quorum, svuotando lo strumento democratico dall’interno invece di affrontarlo nel merito. Funzionò. E nel funzionare rivelò qualcosa che nessuna agiografia potrà cancellare: che la presenza, portata alle sue conseguenze, non rafforza il dibattito pubblico ma lo aggira, non persuade ma neutralizza, preferisce la vittoria all’argomento. Si può ammirare l’abilità dello stratega. Non si può fingere che lo stratega fosse un pastore che accompagnava le coscienze. Le coscienze, quel giorno, furono usate come massa di manovra.
Poi vennero i valori non negoziabili, espressione che Ruini contribuì a imporre nel lessico ecclesiale e politico italiano. Ed è qui che il danno fu più sottile e più duraturo. Ridurre la ricchezza inesauribile del Vangelo — che è anzitutto eccedenza, dono, scandalo della gratuità — a un elenco di punti fermi da presidiare sul terreno della bioetica e della famiglia significò consegnare il cattolicesimo a una grammatica identitaria. Il credente diventava colui che difende un perimetro, non colui che si lascia trasformare da un incontro. La fede si faceva confine invece che soglia. E un confine, per definizione, divide il dentro dal fuori, gli amici dai nemici, i nostri dagli altri: la stessa logica che Ruini sembrava deprecare quando parlava di relativismo la reintroduceva, rovesciata, nella forma di un assolutismo difensivo che aveva bisogno del nemico per definirsi. Chi vive di confini ha sempre bisogno di un fuori da temere.
I difensori obiettano, e già lo fanno nelle pagine di oggi, che Ruini non era Richelieu, che credeva davvero si potesse essere cristiani nel mondo, che il suo interesse non era controllare la politica ma la cultura. La distinzione è elegante e falsa. Controllare la cultura per orientare la politica è precisamente ciò che fa un cardinale-ministro, e il fatto stesso che il suo più stretto collaboratore senta il bisogno di negare il paragone con il porporato francese dice quanto quel sospetto fosse fondato e diffuso. Si nega ciò che pesa. Per quindici anni la Chiesa italiana di Ruini fu interlocutore privilegiato del potere, attore non secondario del bipolarismo, voce che i governi corteggiavano e temevano. Era finita la stagione della mediazione democristiana, in cui il cattolicesimo politico passava attraverso la complessità di un partito e dunque attraverso il compromesso, l’usura del reale, l’accettazione del limite. Al suo posto subentrava il rapporto diretto, l’episcopato che parlava sopra la testa dei partiti, la gerarchia che trattava da pari a pari con palazzo Chigi. Più visibilità, certo. Ma anche meno radicamento, perché ciò che si guadagna in influenza si perde in profondità, e una Chiesa che siede ai tavoli del potere fa più fatica a stare nelle periferie dell’esistenza.
L’ironia più amara è che proprio chi oggi celebra Ruini guida una Chiesa che ha voltato pagina rispetto a lui. La svolta di Francesco fu, prima di ogni altra cosa, il congedo dal ruinismo: il ritorno alla Chiesa che esce invece di presidiare, che annuncia invece di contare, che preferisce il margine al centro, l’odore delle pecore al profumo delle sacrestie del potere. Non fu un caso che gli ambienti più legati alla stagione precedente fossero anche i più freddi verso quel pontificato. La presenza aveva esaurito la sua spinta, e ne mostrava ormai il prezzo: una fede che si era fatta visibile a costo di farsi politica, forte a costo di farsi rigida, influente a costo di smarrire il proprio segreto. Ruini lascia dunque un’eredità ambivalente, e i necrologi che ne fanno un gigante hanno il torto di nascondere proprio l’ambivalenza, che è la cosa più interessante di lui.
Resta una domanda che le esequie non pongono e che invece andrebbe posta, perché è l’unica all’altezza di un uomo che amava le idee. Ruini ripeteva che la verità ci renderà liberi, e ne aveva fatto il proprio motto. Ma la verità che rende liberi è quella che ci precede e ci supera, che non possiamo maneggiare come uno strumento perché è lei a maneggiare noi; mentre la verità che si difende a colpi di astensioni e di valori-bastione è già diventata una cosa nostra, una proprietà, un’arma. Tra le due c’è la distanza che separa il dono dal possesso, l’ascolto dalla strategia, la soglia dal confine. Ruini scelse il possesso, e lo fece con un’intelligenza che nessuno gli può togliere. Forse è questo il vero lascito da meditare adesso che non c’è più: non l’esempio da seguire, ma la lezione da capovolgere.





