
Camillo Ruini, il cardinale che volle la presenza
19 Giugno 2026
Yusuf / Cat Stevens – Father & Son
19 Giugno 2026Cento anni fa, oggi, nasceva un uomo la cui vita contiene due gesti opposti che non si sono mai riconciliati. C’è un modo di immaginare l’atto rivoluzionario che consiste nel mettere in circolo ciò che il potere vorrebbe tenere fermo, e ce n’è un altro che si illude di compiersi facendo saltare, oscurando, riducendo al silenzio. Sono due fuochi di natura diversa: uno scalda e si propaga, l’altro deflagra e si consuma nell’istante. Giangiacomo Feltrinelli li ha praticati entrambi, e la distanza che li separa è tutto il senso della sua parabola, della sua grandezza e della sua rovina.
Il primo gesto è quello dell’editore, e bisogna intenderlo per ciò che è davvero: una forma del dare. Predestinato a ereditare la guida di una delle dinastie del capitalismo italiano, scelse invece di rimettere in movimento ciò che le ortodossie — di mercato e di partito — avrebbero voluto immobile. La data che conta è il 1956, l’anno in cui i carri armati a Budapest incrinano una fede e aprono un dissenso che nasce, prima che cospiratore, libraio. Perché l’atto decisivo di quell’anno non è una dichiarazione, ma un dattiloscritto: un romanzo proibito a Mosca e guardato con freddezza anche dai compagni di casa, che lui scelse di stampare contro tutti, convinto che la vera lezione a un impero non la dà un’arma ma un libro lasciato libero di attraversare le frontiere. La scommessa, già allora, era che l’atto più potente sia quello che rinuncia a possedere il proprio esito.
Da questa logica nasce tutto il suo catalogo migliore. I romanzi sottratti al cestino di altri editori o alle leggi ottuse, le traduzioni introdotte quasi di contrabbando, le voci americane e latinoamericane fatte circolare quando ancora non avevano nome da noi. E il caso esemplare resta quello della celebre fotografia del rivoluzionario argentino, su cui rinunciò all’esclusiva dei diritti trasformandola nell’icona di un’epoca: una donazione che funziona proprio perché abdica al controllo, tanto più potente quanto meno appartiene a chi l’ha emessa. C’è anche, è onesto dirlo, l’ironia che l’accompagna — l’immagine liberata viene poi riassorbita dal commercio dal quale lui proveniva, il gran borghese che tradiva la propria casta finisce per regalare al mercato la sua icona più redditizia. Ma è la legge stessa del dono: una volta dato, non si riprende, e vive di una vita che non è più la nostra.
Poi viene l’altro fuoco. La teoria della scintilla che da sola incendia la prateria, il sogno di un’isola del Mediterraneo trasformata in avamposto insurrezionale, i messaggi clandestini infilati nelle interferenze del telegiornale, i nuclei armati, e infine il progetto di precipitare una grande città nel buio come innesco di rivolta. Qui l’uomo che aveva fatto la sua rivoluzione facendo circolare scommette tutto sul gesto che ferma, che oscura, che esplode: il rovesciamento esatto della logica del dono. Ma la scintilla è un fuoco che si esaurisce nel lampo, e sul traliccio dove lo colse la morte trovò non un principio bensì una fine. Chi conosce davvero i fuochi sa che ciò che dura non è la deflagrazione, è la brace: quella che viene dal basso, lenta, che cova e nutre e non si spegne con il bagliore. Della prima specie di fuoco era stato maestro; della seconda morì.
Eppure ciò che lo spingeva non era pura follia, e qui sta il nodo che andrebbe maneggiato con misura. Negli ultimi anni vide un pericolo reale: la possibilità di una deriva autoritaria nel cuore stesso della democrazia, con la memoria fresca dei colpi di Stato riusciti poco lontano e di quelli soltanto sfiorati in casa propria. Il monito di chi altrove non aveva creduto possibile ciò che pure era accaduto valeva anche da noi. Vide il pericolo, ma ne sbagliò il tempo. Aspettava la deflagrazione, il golpe, il generale che scende in piazza, e a quella si preparava con una contro-deflagrazione. Era un uomo della scintilla in un’epoca che avrebbe fatto il suo danno per combustione lenta. Perché il pericolo, allora come adesso, quasi mai ha bisogno del carro armato in piazza: lavora per erosione, per logoramento paziente del lecito, per normalizzazione di ciò che ieri era impensabile. E che ancora oggi la carta di riserva di certe destre possa avere i tratti dell’uomo in divisa è vero e va preso sul serio — ma il modo in cui le cose davvero precipitano è più sordo, e non lo si ferma con l’innesco contrapposto, bensì con il lavoro quotidiano e lento di chi tiene aperti i canali, le librerie, gli archivi, la circolazione delle idee.
Resta l’immagine del suo ultimo tempo: un uomo che attende un giorno che non arriverà mai. È la condanna di una politica che abita per intero nel futuro promesso e per questo non sa stare nel presente. Il libro era il non-ancora reso presente, consegnato qui e ora contro il censore; il traliccio era il non-ancora rinviato per sempre, l’avvenire che divora l’oggi senza mai costruirlo. La lezione che sapeva dare l’aveva già data stampando, non facendo esplodere. La vera lezione a ogni potere fu il libro che attraversò il mondo, non la città ridotta al buio.
Per questo, a cento anni dalla nascita, la cosa onesta è scegliere quale fuoco ricordare. Ciò che ancora emana calore non è il lampo che si spense su un pilone alla periferia di una metropoli, ma la brace: il catalogo, l’icona lasciata libera, il dattiloscritto strappato alla censura, tutto ciò che continua a circolare perché qualcuno, una volta, ha avuto il coraggio di darlo via. Onorarlo, oggi, significa tenere acceso quel fuoco lì — e diffidare dell’altro.





