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di pierluigi piccini
La scelta che merita di essere raccontata, prima ancora del cartellone, è geografica. Il Festival di arti sceniche Dante Cappelletti — dunque un festival che guarda alla ricerca e non alla replica del già visto — non chiede al pubblico di convergere verso un centro: porta la scena nelle frazioni. Tre Case, Saragiolo, Quaranta, Casa del Corto. Quattro luoghi che vivono di una propria attività e di una propria comunità, e che per quattro sere di luglio diventano teatro nel senso più pieno del termine. È un gesto che eccede l’intrattenimento estivo: affermare che la periferia ha diritto, qui e ora, alla parola, al corpo, alla musica viva, e non è semplicemente l’attesa di ciò che accade altrove.
Si comincia il 10 luglio al Parco del Crocifisso di Tre Case, con Claudio Morici e La malattia dell’ostrica, produzione del Teatro Metastasio di Prato. Morici parte da un’intuizione comica nella sua serietà: a forza di studiare le biografie degli scrittori, si accorge che sono quasi tutti dei feriti. Pavese, Pascoli, Salgari — vite attraversate da miseria, traumi, disperazione. E però da quella ferita, come dall’ostrica che reagisce al granello che la tormenta, nasce la perla. È una metafora che vale per la letteratura e che vale anche per i luoghi: certi territori producono bellezza proprio a partire dalla loro durezza, dalla fatica di restare. Non a caso uno spettacolo nato come podcast e poi diventato libro torna qui alla sua forma più nuda, la voce di un uomo solo davanti a chi ascolta.
Il 12 luglio si cambia registro. A Saragiolo, sul piazzale davanti al campo sportivo, arrivano Creme & Brulè con Danza, fuoco & romanticherie, commedia romantica fatta di clown, acrobazia e fiamme, di quelle che hanno girato i festival di teatro di strada in mezza Europa — Austria, Belgio, Germania, India, Malta, Romania, Russia, Spagna, Svizzera — e che nel 2016 hanno vinto il Pinocchio d’oro al Clown & Clown Festival di Monte San Giusto. Qui non c’è la parola che scava, c’è il corpo che brucia e fa ridere. E c’è il fuoco, che sull’Amiata non è mai soltanto un effetto scenico: è un elemento di casa. Uno spettacolo per tutte le età, e questo conta, perché restituisce alla frazione una sera in cui le generazioni stanno insieme nello stesso sguardo.
Il 19 luglio, in Via del Borgo Quaranta, è la volta di Francesca Sarteanesi con Sergio, prodotto da Kronoteatro e Gli Scarti con il sostegno di Armunia. È il ritratto di una vita qualsiasi, un frammento minuscolo elevato a materia di teatro: il pesce che si andava a mangiare, le triglie, le piccole impurità di un’esistenza che si crede senza importanza. Eppure è proprio lì, nell’ostinazione a dare dignità di scena a ciò che il mondo considera trascurabile, che il teatro fa il suo lavoro più necessario.
Si chiude il 24 luglio, e si chiude diversamente da come si è cominciato: non a notte ma alle 18.30, non all’aperto ma dentro la Chiesa del Sacro Cuore di Casa del Corto. Arrivano i Tenores di Orosei, con una delle polifonie più arcaiche che l’Europa conosca. Quattro voci che vengono da un’altra montagna, da un’altra insularità, a incontrare la nostra. È giusto che questo suono trovi spazio in un luogo sacro: il canto a tenore nasce dall’ascolto reciproco, dall’accordarsi gli uni agli altri fino a diventare una voce sola, ed è forse l’immagine più precisa di ciò che una comunità dovrebbe essere.
Quattro appuntamenti, quattro frazioni, quattro modi di stare insieme davanti a qualcuno che si espone. La bella stagione, allora, non è soltanto l’estate. È la stagione in cui un comune decide di credere che la cultura non sia un lusso da concentrare, ma un bene da distribuire, borgo per borgo. E che il margine, quando lo si abita davvero, smette di essere margine.





