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di pierluigi piccini
C’è, in ogni stagione politica, una figura che occupa per intero lo spazio del massimalismo, e che ha il compito di dire ciò che gli altri non possono più permettersi di dire. Non è un guastatore, come si crede guardandolo dall’esterno; è un funzionario. Spara a zero su tutto perché qualcuno deve pure tenere acceso il registro della radicalità mentre il resto del campo si accomoda nella responsabilità del governo. La sua è una posizione strutturale, non caratteriale: viene prima dell’uomo che la incarna, e gli sopravvive. Quando l’uomo si stanca, o viene cooptato, un altro prende il suo posto sulla stessa soglia, a ripetere le stesse cose con accento diverso.
Lo abbiamo visto con il grillismo delle origini. Il vaffa, l’uno-vale-uno, il rifiuto integrale della casta, la promessa di aprire il Parlamento come una scatola di tonno: era un linguaggio che prometteva di non governare mai, perché governare è esattamente ciò che quel linguaggio dichiarava impossibile e impuro. Poi è arrivato il governo, e con il governo il PD, la Lega, il banchiere chiamato a Palazzo Chigi, l’Europa che si sopporta perché non se ne può fare a meno. La sostanza si è dissolta e di quella stagione è rimasto soltanto il nome, svuotato, riciclato di alleanza in alleanza. È la regola, non l’eccezione: la promessa elettorale non è un contratto, è un atto comunicativo. Vale nel momento in cui viene pronunciata e si estingue il giorno dopo il voto. È il modello che ci siamo importati dall’oltreoceano, dove la campagna è uno spettacolo che vive di sé, e dove il dire e il fare appartengono a due grammatiche separate che non si chiedono mai conto a vicenda.
Su questo schema si capisce l’accordo che si va profilando tra Vannacci e la Meloni, e si capisce perché conviene a entrambi. La Meloni, prima di Palazzo Chigi, diceva cose che oggi non può più dire. Diceva l’Europa nemica, il sovranismo senza compromessi, il blocco, il confine come muro e non come pratica amministrativa. Erano le parole di chi sta sulla soglia, di chi promette proprio perché non porta ancora il peso del reale. Arrivata al governo, quelle parole le ha dovute consegnare ai mercati, alla Commissione, alle cancellerie, alla geometria degli equilibri che non si piegano agli slogan. Non le può più pronunciare; ma una parte del suo elettorato continua a pretenderle. Ecco allora la funzione: serve qualcuno che dica al posto suo ciò che lei ha dovuto rimuovere. Vannacci è esattamente questo, il portavoce del rimosso, la voce di scorta che tiene viva la promessa mentre il governo amministra il suo contrario. L’accordo non è una resa né una conquista: è una divisione del lavoro. A lei la sostanza del potere, a lui il nome della radicalità. Lui guadagna legittimità, lei riacquista un megafono per quel pezzo di consenso che da premier non può più corteggiare a viso aperto.
E qui interviene il secondo congegno, quello televisivo, che lavora nella stessa direzione senza saperlo, anzi credendo di lavorare al contrario. Il salotto che si pretende argine alla destra è in realtà una macchina che fabbrica esattamente la figura che dichiara di voler smontare. Una conduzione sempre in cerca del leader: lo invita per inchiodarlo, lo interrompe per ridurlo, e invece lo costruisce, perché la sovraesposizione antagonista è la più potente delle consacrazioni. È accaduto con Schlein, entrata come materia di laboratorio e uscita come persona, circondata da una simpatia che nessun congresso le avrebbe dato. Sta accadendo con Vannacci, che ogni interruzione promuove e ogni domanda ostile rende familiare. Chi crede di processare in realtà incorona. La radicalità di soglia trova nel talk il suo battesimo: lo studio cerca un leader e finisce sempre per trovarne uno, perché è il formato stesso a esigerlo, a non poter fare a meno della figura che ne riempie il vuoto.
Il problema, e qui la questione si fa seria, è che a questo doppio meccanismo la sinistra non oppone nulla che gli somigli per profondità. Perché la sinistra, da troppo tempo, pensa per emergenze. C’è sempre un’emergenza che la chiama a reagire: l’emergenza immigrazione, l’emergenza fascismo, l’emergenza democratica, l’emergenza clima, e ogni volta si dispone in difesa, indignata, allarmata, costretta a inseguire l’agenda che un altro ha scritto. L’emergenza è uno stato di reazione, non un progetto. Tiene mobilitati ma non costruisce. Consuma le energie nel respingere e non ne lascia per immaginare. Così la destra detta i temi e la sinistra li commenta; la destra occupa l’immaginario con le sue figure di soglia e la sinistra resta a rincorrere, emergenza dopo emergenza, senza mai porre la domanda che conta: quale società vogliamo, e con quale disegno la costruiamo nel tempo lungo, non nella settimana del titolo di giornale.
C’è poi un secondo movimento, più silenzioso, che la sinistra compie senza confessarlo nemmeno a se stessa: la costruzione perpetua di alleati al centro. Ogni volta che si tratta di scegliere, sceglie il moderato, il rassicurante, il responsabile; e ogni volta perde un pezzo di quella radicalità che ne faceva la differenza, la ragione stessa per cui esisteva come alternativa e non come variante. Lo ha detto con chiarezza Guadagnino dalla Gruber, ed è una chiarezza che pesa di più proprio perché viene da chi non fa politica di mestiere: una sinistra che si sposta sempre verso il centro non rende moderato l’avversario, lo lascia padrone del campo della passione. La moderazione progressista è la condizione che fa vincere una destra che moderata non è. Senza dirlo, la sinistra ha rinunciato a essere diversa; e una forza che rinuncia alla propria differenza non perde le elezioni, perde la ragione per cui qualcuno dovrebbe sceglierla.
Manca, in una parola, la visione d’insieme. Manca la capacità di pensare l’egemonia come lavoro paziente sulle idee, sui linguaggi, sulle forme di vita, e non come gestione dello stato di allerta permanente né come ricerca affannosa del baricentro. Finché si reagisce, si è già in ritardo; finché si pensa per emergenze e si insegue il centro, si lascia all’avversario il monopolio del futuro e della passione insieme. E intanto il portavoce del rimosso continua a fare il suo mestiere, e lo studio televisivo continua a cercare il suo leader, e l’uno e l’altro continueranno a trovarsi — perché nessuno, dall’altra parte, gli contende il terreno con un’idea di mondo abbastanza grande da non aver bisogno né di emergenze né di centri per esistere.





