
Il diluvio sulla setta
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4 Luglio 2026C’è un modo sbagliato di salvare i luoghi: imbalsamarli. Trasformarli in reliquiari di se stessi, dove la memoria viene esposta ma non interrogata, custodita ma non fatta lavorare. La relazione tecnica del Comitato Tecnico Scientifico del Parco Nazionale delle Miniere dell’Amiata sul progetto “Siele Science Hub” dice, con il linguaggio sobrio delle valutazioni istituzionali, esattamente il contrario: il progetto è «di grande interesse scientifico» e apre «concrete prospettive di rilancio, anche economico, per l’area». Ma dietro la formula amministrativa c’è una scelta di campo che merita di essere nominata.
Il progetto, promosso dai Comuni di Piancastagnaio, Santa Fiora e Castell’Azzara insieme all’Università di Siena e a BEEurope, punta a restituire all’ex miniera del Siele una funzione viva: un hub scientifico di alta formazione, e una filiera di bioeconomia circolare fondata sul recupero del riccio della castagna per la produzione di bioplastiche destinate al settore moda. Non un dettaglio tecnico, questo, ma il cuore concettuale dell’operazione: il bosco che per secoli ha nutrito la montagna torna a essere risorsa produttiva, non più come economia di sussistenza ma come materia prima di una trasformazione avanzata. Il castagno e il laboratorio, la selva e la ricerca: due tempi del territorio che si toccano.
Il commissario del Parco, Mauro Tognoli, ha usato le parole giuste: «I siti minerari non possono vivere di sola conservazione: la musealizzazione è il punto di partenza, non di arrivo. Il Siele può diventare non soltanto un museo del passato, ma un laboratorio del futuro». È una frase che andrebbe scolpita all’ingresso di molti luoghi della memoria italiana, dove troppo spesso la tutela è diventata alibi dell’inerzia. Conservare non basta: la conservazione è la premessa, la generazione è il compito. Un sito che produce soltanto ricordo finisce per non produrre nemmeno quello, perché la memoria senza comunità che la abiti si spegne.
E qui sta il secondo elemento che va sottolineato: la squadra. Tre Comuni — due senesi, uno grossetano — che scelgono di presentarsi insieme, con l’Ateneo di Siena come partner scientifico e il Parco che, gestendo il sito in comodato d’uso, ha accompagnato la proposta fino alla valutazione positiva. Il sindaco Franco Capocchi lo ha detto senza giri di parole: «Le aree interne non si rilanciano con la nostalgia, ma portando le funzioni che oggi mancano — la ricerca, l’alta formazione, l’impresa innovativa». Occorre implementare, non commemorare. E occorre farlo insieme, perché nessuno dei tre comuni, da solo, avrebbe la massa critica per attrarre ricercatori, studenti e giovani professionisti in un territorio che combatte lo spopolamento.
C’è infine una profondità storica che il progetto, forse senza saperlo, riattiva. Il Siele non è una miniera qualsiasi: fu una delle capitali mondiali del mercurio, un luogo dove per oltre un secolo il lavoro, il capitale e la storia d’Italia si sono intrecciati. Chi conosce le vicende delle famiglie che vi furono legate sa che da quei pozzi non usciva soltanto cinabro: usciva una traiettoria che tocca il Risorgimento, l’imprenditoria ebraica europea, la modernizzazione del Paese. Riaprire il Siele alla ricerca significa dunque, in senso letterale, rimettere in circolo quella traiettoria: la montagna come crocevia, non come margine.
La strada, come ha detto Capocchi, è giusta. Ora si tratta di percorrerla con la stessa convinzione con cui è stata proposta: perché il futuro delle aree interne non passa dai progetti che consolano, ma da quelli che rendono generativi i luoghi — capaci di produrre conoscenza, lavoro e nuove ragioni per restare.





