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6 Luglio 2026Vannacci a Siena, il paradosso di un’operazione che indebolisce chi dovrebbe rafforzare
C’è un modo di leggere l’operazione Vannacci che è diventato quasi automatico, ripetuto tanto a livello nazionale quanto nelle cronache locali: Fratelli d’Italia, in vista delle politiche del prossimo anno, avrebbe bisogno di recuperare smalto, di riaccendere un elettorato che negli ultimi mesi ha mostrato segni di stanchezza, e vedrebbe nell’eurodeputato l’uomo giusto per intercettare quella fetta di destra identitaria che il partito di governo, ammorbidito dall’esercizio del potere, rischia di perdere per strada. Vannacci come pungolo, insomma. Vannacci come riserva di energia da immettere nel motore di Fratelli d’Italia in vista di un appuntamento elettorale che si annuncia complicato.
Se questa fosse davvero la logica dell’operazione, il caso senese meriterebbe una lettura più attenta di quella che gli si sta dando. Perché quello che sta per accadere a Palazzo pubblico non è un’iniezione di energia in Fratelli d’Italia: è, semmai, il suo contrario. Maria Antonietta Campolo, consigliera comunale e presidente della commissione cultura e scuola, non porta Vannacci dentro il partito — lo sceglie fuori dal partito. Non rafforza la sigla di via della Scrofa attirando consenso vannacciano, la lascia. Se lo schema fosse davvero quello di un recupero di smalto, il movimento dovrebbe muoversi in direzione opposta: dovrebbero essere gli elettori delusi, o i consiglieri di altre liste, ad avvicinarsi a Fratelli d’Italia grazie al traino Vannacci, non i suoi stessi quadri ad allontanarsene per raggiungerlo altrove.
Questo scarto tra teoria e pratica non è un dettaglio locale, è la spia di qualcosa di più strutturale. L’operazione Vannacci, nella sua sostanza, non sta funzionando come un moltiplicatore per Fratelli d’Italia: sta funzionando come un competitore. E un competitore, per definizione, non recupera voti per conto di un altro soggetto politico: li contende. Il fatto che a muoversi verso Futuro nazionale sia proprio un’esponente di FdI, per giunta con una responsabilità istituzionale di rilievo come la presidenza della commissione cultura, suggerisce che il fenomeno vada osservato non come una strategia di partito ben calibrata ma come una falla che si apre sul fianco destro del partito di maggioranza relativa del centrodestra — esattamente dove Fratelli d’Italia avrebbe meno margine per permettersela, a un anno dal voto politico.
Ma è proprio qui che va corretta una lettura troppo comoda, quella che liquiderebbe la vicenda come un affare interno a Fratelli d’Italia, di cui gli alleati possono limitarsi a prendere atto con distacco. Campolo, per quanto emerge, non lascia la maggioranza: resta in consiglio comunale, dentro gli equilibri che sostengono la giunta. Il che significa che il problema non riguarda soltanto i rapporti di forza dentro FdI — riguarda la maggioranza nel suo complesso, Forza Italia compresa. Un “non commento” che suonasse come “pensaci tu”, in questo scenario, sarebbe fuori luogo: non si tratta di guardare da fuori la crisi di un alleato, perché quell’alleato, con Vannacci ormai seduto in maggioranza, sta portando la crisi dentro casa di tutti. Forza Italia non ha lo spazio per il distacco: ha una consigliera in più, dentro la propria maggioranza, che risponde a una sigla diversa da quelle con cui quella maggioranza si è presentata agli elettori. Non è un problema che si possa scaricare sul vicino di coalizione — è un problema che si eredita insieme a lui.
E Forza Italia non è nemmeno l’unico alleato costretto a subire un assestamento che non ha scelto. Nello stesso torno di giorni, la Lega di Salvini si trova alle prese con la propria ridefinizione interna, innescata dalle dimissioni di Francesco Mastromartino: al suo posto dovrebbe entrare Marta Magrini, prima dei non eletti, o — in caso di rinuncia — Maria Concetta Raponi, già consigliera nello scorso mandato. Sono vicende di natura diversa da quella di Campolo, certo, non collegate da un disegno comune. Ma la coincidenza temporale racconta qualcosa che va oltre i singoli episodi: una maggioranza che, a due anni dalle comunali e a uno dalle politiche, si ritrova a ridefinirsi su più tavoli contemporaneamente — chi per un passaggio ideologico verso destra, chi per un avvicendamento tecnico — senza che nessuno degli alleati minori abbia avuto voce in capitolo su nessuno dei due fronti. È il segno di una maggioranza che non governa la propria ricomposizione, ma la subisce pezzo per pezzo, mentre il tempo verso l’appuntamento nazionale del prossimo anno si accorcia.
Resta da capire se il caso Campolo sia un episodio isolato, dovuto a dinamiche personali o territoriali specifiche, oppure il primo segnale, in scala locale, di un fenomeno che a livello nazionale è ancora contenuto ma che potrebbe allargarsi proprio nell’anno in cui il centrodestra avrebbe più bisogno di presentarsi compatto. Perché se l’obiettivo dichiarato era usare Vannacci per recuperare voti a destra senza perderne al centro, il rischio concreto è l’esatto opposto: perdere pezzi a destra senza aver mai davvero deciso cosa fare del centro. Ed è un rischio che a Siena, con le sue politiche del prossimo anno già sullo sfondo, nessuno nel centrodestra può permettersi di scaricare sugli altri — perché a Palazzo pubblico, ormai, riguarda tutti allo stesso modo.





