
Il «fuoco» di Piccini diventa una bussola per rilanciare l’Amiata
18 Luglio 2026
Parte prima — Le due scommesse a valle
di pierluigi piccini
Ci sono luoghi che diventano, senza volerlo, il punto in cui una comunità decide che cosa vuole essere. Montenero è uno di questi. L’impianto che vi fu contestato — pochi megawatt, ciclo binario, reiniezione totale del fluido — era, per quantità, cosa modesta. Ma attorno a quella cosa modesta si giocò qualcosa di grande: la separazione di tre idee di sviluppo che fino ad allora convivevano confuse e che, da quel momento, presero strade opposte e consapevoli. Conviene tornarci come si torna a una scena d’origine, perché lì, in miniatura, è già scritto tutto ciò che sarebbe venuto dopo.
Ciò che a Montenero fu rifiutato aveva un nome, e va detto senza perifrasi: la geotermia. Non un impianto qualsiasi, ma un modo di intendere la ricchezza — la via che trasforma una risorsa fisica del sottosuolo in energia, lavoro, reddito, calore. Una via con un tratto allora ignorato e oggi decisivo: non è delocalizzabile. È legata a un giacimento che sta lì e non altrove, e per questo genera un valore che il territorio, se sa trattenerlo, non perde per un capriccio dei mercati. Era l’opzione a monte: brutta, ingombrante, poco elegante, ma generatrice. E fu respinta.
A respingerla si presentarono due visioni, diverse tra loro ma unite da una premessa comune: entrambe rifiutavano la produzione a monte e affidavano il futuro a ciò che sta a valle, cioè a una domanda esterna che il territorio non governa. La prima era la scommessa sulla bellezza: fondare l’economia sul paesaggio, sul prodotto tipico d’eccellenza, sull’immagine da vendere a chi viene da fuori, con il vino come emblema e la cartolina come capitale. La seconda, più silenziosa ma altrettanto strutturata, era la scommessa sui servizi: un territorio che, venendo da un passato produttivo duro da cui voleva affrancarsi, scelse di costruire l’avvenire sulla riconversione — la memoria industriale fatta cultura e museo, il turismo, l’accoglienza, il presidio dei servizi come identità e come promessa di vivibilità. Non un valore nuovo da produrre, ma la cura di ciò che resta. Due strade eleganti, entrambe orgogliose di non essere l’officina, ed entrambe portatrici della stessa fragilità nascosta: dipendere da una variabile — i gusti, i redditi altrui, la demografia, i flussi — che nessuna amministrazione controlla.
Il punto decisivo, la ragione per cui Montenero è la scena giusta e non una qualsiasi, è che quel rifiuto non nacque da un criterio ambientale coerente. Se lo fosse stato, avrebbe colpito prima e con più forza le forme di produzione più grandi e impattanti, non un impianto piccolo che reiniettava tutto. Che il no più netto cadesse proprio sull’opzione tecnicamente più contenuta dimostra che in gioco non c’era la misura dell’impatto, ma il rifiuto di un principio: l’idea stessa che quel territorio potesse fondarsi sulla produzione anziché sull’immagine o sul servizio. Montenero non fu una controversia tecnica travestita da scelta di civiltà; fu una scelta di civiltà travestita da controversia tecnica. E fissò una gerarchia: in alto la bellezza e i servizi, dichiarati moderni e nobili; in basso la geotermia, eletta a controfigura, il termine negativo di cui ogni gerarchia ha bisogno per definirsi.
La bellezza, ovvero una scommessa scambiata per destino
Quella gerarchia ha retto finché hanno retto le scommesse su cui poggiava. Ed è qui che va raccontata per intero la vicenda della prima, la bellezza, perché è la prova più limpida di come una puntata, scambiata per legge di natura, finisca per rovesciarsi.
Il modello del vino d’eccellenza sembrava eterno perché per un ventennio una domanda ricca e crescente lo aveva remunerato. Ma il suo prestigio veniva dalla curva di quella domanda, e le curve si piegano. I consumi europei di vino sono calati di circa un quarto dall’inizio del secolo, e nel 2025 il consumo mondiale dovrebbe toccare il minimo storico, attorno ai 214 milioni di ettolitri, con produzione e consumo globali in calo di quasi il dieci per cento nell’ultimo decennio. Non è una congiuntura, è uno spostamento strutturale: lo determinano il cambiamento degli stili di vita, delle abitudini sociali e generazionali, insieme a tensioni geopolitiche, interruzioni commerciali e spinte inflazionistiche, a cui si aggiungono la crescita dei consumi a bassa o nulla gradazione e il crollo di mercati un tempo trainanti come quello cinese, precipitato di circa il sessanta per cento dopo la pandemia. Il clima aggiunge la beffa: innalza le temperature e con esse zuccheri e gradazione proprio mentre il gusto del mondo va verso vini più leggeri, e insieme espone la vite a siccità, ondate di calore e gelate primaverili, alterandone i cicli. Il prodotto diventa più alcolico mentre il mercato lo vuole meno, e più incerto mentre servirebbe più stabile.
Sotto la domanda che si ritira preme un’offerta gonfiata da un errore di lettura. La parentesi pandemica, con i suoi ordini anomali, aveva creato l’illusione che quei livelli fossero destinati a durare, spingendo a produrre e piantare più del necessario. Il risultato sono cantine sovraccariche, giacenze enormi — in Italia oltre cinquanta milioni di ettolitri fermi nei magazzini — e prezzi in caduta. E di fronte a questo squilibrio l’Europa ha fatto la cosa che dice tutto: a dicembre 2025 ha approvato un piano di sostegno fondato non sul rilancio, ma sull’estirpazione permanente dei vigneti — in Francia centotrenta milioni di euro a quattromila euro l’ettaro, con misure analoghe in Italia e Spagna, e il ritorno di strumenti che si credevano archiviati, come la distillazione di crisi. La superficie vitata mondiale cala così per il sesto anno consecutivo. Un intero comparto che per decenni è stato il simbolo dello sviluppo nobile viene ora sussidiato per ridursi.
La contraddizione tocca il vertice quando si ricorda che, ancora nel 2024, sul territorio di riferimento di questo modello si autorizzavano centinaia di ettari di nuovi vigneti in controtendenza rispetto all’indirizzo europeo agli espianti: si continuava a lucidare la vetrina mentre il vetro già si incrinava. Finché, nell’estate 2025, in sede regionale si è dovuto ammettere il rischio concreto di fallimenti e di blocco del settore produttivo a ridosso della vendemmia. Questa è la storia intera della bellezza-scommessa: non un declino provocato da nemici, ma il ritirarsi di una domanda che nessuno controllava e che si ebbe il torto di credere eterna.
Il costo del bello
C’è però un secondo prezzo della bellezza, e non lo paga il mercato: lo pagano gli abitanti. Un territorio che fonda l’economia sull’immagine trasforma il proprio paesaggio in merce, e come ogni merce pregiata quel paesaggio fa salire i valori — delle case, degli affitti, dei suoli, della vita quotidiana. La casa diventa investimento o alloggio breve per chi viene da fuori, non abitazione per chi ci nasce. Il residente meno abbiente viene lentamente espulso: non da un decreto, ma dal costo. La bellezza, che si presenta come bene comune, opera in realtà come un filtro sociale: seleziona chi può restare e allontana chi non regge il prezzo. È un modello che, per prosperare, ha bisogno di sostituire la propria cittadinanza — di rimpiazzare gli abitanti con i visitatori, i residenti con i proprietari intermittenti. Tiene in piedi le pietre svuotando le comunità. E così alla fragilità economica si aggiunge una regressione sociale: non solo la scommessa può perdere, ma anche quando vince produce espulsione, perché il suo successo si misura in valore immobiliare, e il valore immobiliare, dove sale, scaccia.
I servizi, ovvero il presidio che evapora
La seconda scommessa, quella sui servizi, arriva allo stesso esito per una via più lenta, ma non meno strutturale. Il servizio — pubblico o privato, la scuola e l’ambulatorio come il negozio e lo sportello — ha una natura precisa: è una domanda derivata. Non genera popolazione, la segue. Apre dove c’è una massa critica di persone e chiude sotto una certa soglia; e a quel punto non lo salva alcun sussidio, perché non gli manca il finanziamento, gli manca l’oggetto.
I numeri lo confermano su ogni fronte. Il credito si ritira: gli sportelli bancari sono scesi sotto quota ventimila, e ormai il quarantaquattro per cento dei comuni non ne ha più nemmeno uno. Il commercio si dirada: in poco più di un decennio sono spariti oltre centocinquantamila negozi, più di un quarto del totale, e più di mille comuni non hanno più neppure un alimentare. E soprattutto lo Stato stesso, che di quel modello era stato il garante, ne ha certificato il fallimento: il piano nazionale per le aree interne, nella sua versione più recente, ha introdotto per i territori demograficamente più compromessi un obiettivo che è una resa — l’«accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile» — per comuni che pesano intorno al ventitré per cento della popolazione, mentre le proiezioni indicano che entro il 2043 oltre l’ottantadue per cento dei comuni di quelle aree perderà popolazione, e già nel 2024 trecentocinquantotto comuni hanno registrato zero nascite. Un territorio che aveva scommesso di reggersi sul presidio scopre che il presidio non regge se sotto non c’è chi lo alimenta. La cura di ciò che resta non produce ciò che serve per restare.
Le due strade che a Montenero prevalsero — la bellezza e i servizi — si rivelano dunque fragili, e la prima persino regressiva. Ma se hanno vinto le due scommesse più esposte, che ne è stato della terza, quella respinta? È la domanda da cui muove la seconda parte: il rovesciamento della via geotermica da residuo del passato a innovazione del presente, e il modo in cui il potere istituzionale reagisce quando l’opzione che aveva delegittimato si rivela la più solida.





