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Intervento svolto ieri, lunedì 20 luglio, alla riunione in Provincia di Siena sull’OPAS di Intesa Sanpaolo su Banca Monte dei Paschi. Lo riporto qui nella forma in cui l’ho pronunciato.
di pierluigi piccini
Sull’offerta di Intesa sul Monte dei Paschi si decide tra Milano e Roma: a Milano si scrive l’operazione, a Roma si autorizza. Siena non è in nessuna delle due stanze. Ma a Roma si decide su un materiale, e quel materiale lo forniscono i territori — o non lo fornisce nessuno. Invocare il golden power da qui è una targa: si legge bene e non produce niente. Portare dentro un’istruttoria già aperta ciò che oggi nel fascicolo non c’è, quello sì.
L’attivo strategico va misurato, non evocato. Nessuna istruttoria si apre perché il Monte è senese da cinquecentocinquantaquattro anni. Si apre sui numeri. Trenta miliardi e sei; una banca che a fine 2025 conta 1.258 sportelli, 3,4 milioni di clienti e 142,8 miliardi di impieghi verso la clientela, assorbita dal primo gruppo del Paese. Non è una fusione tra pari, e negli assorbimenti la direzione migra e la rete si sfoltisce dove si sovrappone. Che si sfoltisca lo sappiamo già: cinquanta filiali chiuse nel gennaio 2024 — due qui, Sinalunga e Abbadia di Montepulciano — e altre cinquantatré nel gennaio 2025. Quella era la banca che tagliava sé stessa. Adesso le reti che si sovrappongono sono due, e si sovrappongono più fittamente proprio dove entrambe sono radicate da sempre. Chiedo che si porti alla discussione la tabella della Banca d’Italia: sportelli MPS e Intesa comune per comune, quanti comuni resterebbero con uno solo, quanti con nessuno, addetti, quota degli impieghi alle imprese. Con quella tabella è una perizia. Senza, è un’opinione. Il rischio ha un nome che l’istruttoria riconosce: desertificazione creditizia.
Le prescrizioni sono una pagina bianca. Intesa ha inviato la comunicazione preliminare al golden power e nel prospetto Consob i rischi risultano esclusi. Il governo è neutrale, Forza Italia contraria, la Lega divisa: nessuno fermerà l’offerta. Ma Giorgetti ha detto che le prescrizioni sono da scrivere — e la finestra si chiude presto: assemblea il 10 settembre, perfezionamento a dicembre. Le nostre, già formulate: sede senese con funzioni reali e non un’insegna; nessun comune della provincia privo di sportello; autonomia di delibera sul credito sotto una soglia decisa qui; occupazione garantita sulla rete provinciale; impieghi alle PMI quantificati e monitorati ogni anno. Ognuna con una cifra e una data. Quello che non si controlla non esiste.
Una voce sola. Comune di Siena, Comuni del territorio, Regione: posizione unica a Palazzo Chigi e al MEF. Quattro lettere diverse ne fanno arrivare zero. E al MEF si ricordi che il 4,86 per cento del Monte è ancora suo: finché è azionista, la neutralità è una scelta, non un vincolo.
L’iniziativa degli enti locali. Su una concentrazione tutta interna lo strumento è fragile — vigilanza BCE, diritto europeo, e su UniCredit–Banco BPM le prescrizioni sono state in parte annullate. Chi promette da qui di bloccare l’operazione mente. Ma quelle prescrizioni non sono nate in una stanza chiusa fra governo e banche: sono nate perché Comuni, Province, Regioni e rappresentanze hanno messo agli atti che l’operazione toccava interessi non riducibili a due consigli di amministrazione. Il potere l’ha esercitato il governo; la materia gliel’hanno consegnata gli enti. E l’offerta è stata ritirata.
Se questo valeva per Lodi e per Bergamo, vale per Siena, dove la banca non ha una filiale: ha la sede.
Un’istruttoria giudica quello che le arriva sul tavolo. Non ha modo di immaginare ciò che nessuno le ha portato. Se dal territorio non arriva niente, la decisione non sarà presa contro di noi: sarà presa senza di noi — e nella motivazione l’assenza si legge come consenso.
Non chiediamo di sedere tra Milano e Roma. Chiediamo di stabilire su che cosa, in quelle stanze, si decide: è l’unico potere che abbiamo e nessuno lo esercita al posto nostro. Il silenzio, mentre il fascicolo si forma, non è prudenza. È una firma in bianco, e diventa irrevocabile il giorno in cui il fascicolo si chiude.
Non blocchiamo l’operazione: mettiamo dei numeri dove ora non c’è niente e scriviamo le condizioni finché la pagina è bianca. E questo vale allo stesso modo per la proposta di Banco BPM: il criterio non cambia con il nome dell’offerente. È tutto quello che è reale — e una delibera solenne che non tocca nulla non vale la carta su cui è scritta.
Una precisazione, per correttezza verso chi era in sala. Prima di leggere la nota che qui riporto ho aggiunto a braccio un passaggio che nel testo scritto non c’era: non esiste una proposta buona e una proposta cattiva. Sono entrambe buone o entrambe cattive, e a decidere non è il nome di chi la presenta, ma quello che ci si scrive dentro in termini di garanzie per il territorio. Chi si schiera per l’una contro l’altra prima di aver letto le condizioni fa il tifo, non la politica. Il compito comincia dopo: quando si scrivono le garanzie.





