
Venerdì 24 Luglio ⏰ ore 18.30 📍 Chiesa del Sacro Cuore • Frazione Casa del Corto • Piancastagnaio (Si)
21 Luglio 2026
Tenore Su Remediu de Orosei -Su Dillu-
22 Luglio 2026Bologna, quaranta minuti e una città ferita
È la vicenda che occupa tutte le prime pagine. Abderrahim Fakir, quarantatreenne di origine marocchina, è morto il 19 luglio al Pilastro durante un controllo di polizia: gli agenti erano stati chiamati dai cittadini per un uomo in stato di forte agitazione, lo hanno immobilizzato con spray urticante e fascette ai polsi, poco dopo l’uomo ha accusato un malore ed è morto. La Procura ha iscritto un procedimento nel registro “modello 45 bis” nei confronti di sei persone — due poliziotti e quattro operatori sanitari — e il Viminale ha precisato che non si tratta di uno scudo penale ma della collocazione del caso in un registro apposito. La manifestazione di lunedì è degenerata in guerriglia urbana: sessantaquattro feriti tra le forze dell’ordine, sei mezzi danneggiati. Meloni parla di violenza inaccettabile e di clima d’odio alimentato irresponsabilmente; Schlein risponde che quando un uomo muore durante un fermo lo Stato ha fallito e proprio lo Stato deve fare piena luce. Il punto che nessuno tocca è quello vero: il quartiere, la solitudine sanitaria dell’intervento sull’agitazione psicomotoria, la catena dei soccorsi. Si discute di piazze e di simboli, non di protocolli.
Il gioielliere, i giudici e la parola pubblica
Dopo la conferma in Cassazione della condanna a quattordici anni e nove mesi per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che uccise due rapinatori, l’Associazione nazionale magistrati denuncia insulti, minacce e messaggi d’odio contro i giudici di ogni grado. La distinzione posta è netta: la critica resta legittima, ma costruire una narrazione che indichi nei magistrati il bersaglio significa alimentare un clima che può degenerare in intimidazione — e il richiamo, non casuale, va al recente rapporto europeo sullo stato di diritto. Due vicende diverse, quella di Bologna e questa, che convergono in un unico sintomo: la fatica italiana a tenere insieme il controllo sull’operato dello Stato e la lealtà verso le sue funzioni.
Siena, il Monte e ciò che non è stato detto
Il consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni ha respinto l’offerta di Intesa Sanpaolo, chiedendo verifiche puntuali sull’effettiva conseguibilità e sostenibilità nel tempo delle sinergie annunciate, e sollevando la questione Unipol: agli sportelli ceduti corrisponderebbe un pagamento di tre-tre miliardi e mezzo, circa il dieci per cento della valorizzazione complessiva implicita nel corrispettivo, a fronte di un perimetro con quattrocento-quattrocentosessanta milioni di utile netto. Sul versante istituzionale, il Comune di Siena ha confermato che un incontro con Intesa si è svolto nelle scorse settimane su richiesta della banca, e che da quell’incontro non sono emersi elementi significativi capaci di rispondere alle esigenze di tutela del radicamento territoriale. Il comunicato dice, in realtà, più di quanto ammetta: la riservatezza concordata è essa stessa una notizia.
Dazi: la sostanza cerca un nome nuovo
Trump prepara una nuova tornata di dazi tra il dieci e il dodici e mezzo per cento su circa sessanta economie, mentre il prelievo globale del dieci per cento scade il 24 luglio. La Casa Bianca cerca una base giuridica alternativa dopo che nel febbraio 2026 la Corte Suprema ha stabilito che la legge sui poteri economici d’emergenza non autorizza il presidente a imporre tariffe. Il nuovo appiglio è la Sezione 301 del Trade Act del 1974 e un’indagine avviata a marzo sulle pratiche di lavoro forzato; nel perimetro figurano Unione europea e Regno Unito, accusati di non prevenire adeguatamente il commercio di beni prodotti con lavoro coatto. I consiglieri del presidente lo avrebbero avvertito del rischio di uno shock economico a pochi mesi dalle elezioni di medio termine. È la lezione classica: quando la forma giuridica cade, il potere non rinuncia alla sostanza, le cambia soltanto la denominazione.
Iran, la guerra e le casse vuote
Trump, dopo la morte di altri soldati americani, promette vendetta e valuta una guerra totale, ma le casse del Pentagono si stanno svuotando e il timore è che il Congresso non autorizzi nuovi finanziamenti. Il 21 luglio il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti colpiranno molto presto l’impianto nucleare sotterraneo iraniano; Teheran ha risposto minacciando ogni interesse americano. Nell’amministrazione è tornata sul tavolo l’ipotesi del rovesciamento del regime. Il blocco navale imposto dal 13 aprile prosegue: ottantacinque navi intercettate secondo il comando americano, ventisei che lo aggirano secondo i registri assicurativi marittimi. Una guerra che dura da fine febbraio e che nessuno sa più come chiudere.
Managua: quando si smette perfino di fingere
Domenica, durante le celebrazioni del quarantasettesimo anniversario della rivoluzione sandinista, Daniel Ortega ha annunciato che in Nicaragua non si terranno più elezioni. Il voto era da anni tutt’altro che libero, ma le consultazioni venivano comunque organizzate, e nel 2027 si sarebbe dovuto votare per le presidenziali e le parlamentari. La riforma costituzionale del 2025 aveva già eliminato la separazione dei poteri e legalizzato l’apolidia per chi critica il regime. C’è una differenza sottile e abissale tra un regime che manipola le urne per legittimarsi e uno che semplicemente le abolisce: il primo ha ancora bisogno del nome della democrazia, il secondo no.
Il vertice di Washington e la fabbrica delle categorie
Merita attenzione, per chi guarda alle parole. Il 16 luglio delegazioni di sessantasette Paesi, Italia compresa, si sono riunite al Dipartimento di Stato per un summit su quella che l’amministrazione definisce una recrudescenza del terrorismo politico di estrema sinistra. Interpellato sul perché non si affrontino con la stessa enfasi estremismo di destra e di sinistra, il Dipartimento ha risposto che alleati e partner segnalano la violenza della sinistra radicale come più sofisticata e più difficile da contrastare. I dati disponibili dicono altro: tra il 1975 e il 2025, escludendo l’11 settembre, il terrorismo di destra è responsabile del quarantacinque per cento delle vittime negli Stati Uniti, contro il trentadue di quello islamista e il sedici di quello di sinistra. Ieri è arrivato il seguito: un dossier che attribuisce a Cuba settant’anni di infiltrazioni e l’orchestrazione di un’ondata di terrorismo di sinistra sul suolo americano.
Kiev, il fronte interno
Zelensky starebbe pensando al voto in autunno, con Zaluzhny pronto a sfidarlo, e vuole l’Unione europea dentro il tavolo negoziale, mentre Bruxelles — dopo l’apertura del canale con il Cremlino — dovrà sciogliere nei prossimi mesi il nodo di chi negozi per l’Europa. Sul fronte russo si negano prospettive concrete di nuovi negoziati pur ribadendo la disponibilità al canale diplomatico, mentre Kiev chiede ai partner di accelerare le consegne di intercettori. La guerra si sposta, come sempre accade nella fase lunga, dalle trincee alle successioni.
In margine: i mercati
Piazza Affari apre in rialzo sopra i cinquantaduemila punti; ieri Wall Street ha chiuso positiva, l’oro ha superato i 4.130 dollari e l’argento ha sfiorato i sessanta, l’euro si consolida a 1,14 dollari. Oggi il consiglio di UniCredit esamina i conti del primo semestre — i numeri arriveranno domani prima dell’apertura — e il rating autonomo dell’istituto è stato posto sotto revisione per un possibile miglioramento. Un dato che, letto accanto al dossier senese, dice che il risiko non è finito.





