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C’è un filo che tiene insieme le cinque letture di questa settimana, e non è il filo tematico che verrebbe da indicare: non è il venticinquennale di Genova a legarle, né l’ambiente, né la musica dal vivo. È qualcosa di più antico e più scomodo, la domanda su chi abbia il diritto di dire che cosa una cosa è. Chi racconta un fatto, chi nomina un luogo, chi decide dove finisce la cronaca e comincia la verità. In fondo è sempre la stessa partita, quella fra il nome e la sostanza: fra ciò che di un evento o di un territorio viene mostrato e ciò che davvero accade dentro di esso.
Genova, a venticinque anni, è il punto in cui questa partita si è giocata alla luce del sole. Il racconto di Domani sull’esperienza di Indymedia — quel reticolo di mediattivisti, di radio messe in rete, di macchine fotografiche appena diventate accessibili, di un media center costruito dal basso — dice una cosa semplice ed enorme: per la prima volta la narrazione di quelle giornate fu tolta dalle mani di chi l’aveva sempre tenuta. “Diventa tu il media” non era uno slogan pubblicitario, era un gesto di espropriazione alla rovescia, la restituzione dello sguardo a chi quello sguardo ce l’aveva addosso, nelle piazze, sotto i manganelli. Per due giorni i giornali scrissero che il ragazzo ucciso era poco più di una figura folkloristica; poi arrivarono le immagini prodotte dal basso, e la storia dovette cambiare verso.
Agnoletto, nell’estratto pubblicato da Minima et Moralia, mette a fuoco lo stesso nodo, ma da dentro. Il ricordo che si porta addosso non è il corteo, non è la Diaz, non è Bolzaneto: è l’assemblea di apertura del Social Forum, la consapevolezza — mentre accadeva — di stare scrivendo un pezzo di storia. Persone arrivate da ogni parte del mondo, ciascuna con la propria vertenza, ciascuna consapevole di doverla inserire in un discorso più grande, nella continuità di Porto Alegre. E poi la crudezza dell’esito, la più vasta sospensione dello stato di diritto dalla guerra in poi. La cosa che colpisce, rileggendolo oggi, è che avevano visto giusto. Non erano profeti di sventura: erano persone che guardavano ciò che c’era, e lo dicevano.
Ed è qui che Christa Wolf, riletta su Doppiozero nell’arte della sua veggenza, entra come una chiave. Cassandra non possiede un potere magico: possiede un apprendistato durissimo, un cammino che va dalla cecità obbediente alla vista ribelle. Vede ciò che sarà perché ha imparato a dire di no, e proprio per questo nessuno le crede. È esattamente la condizione di chi, a Genova, aveva visto e raccontato: per anni molti hanno fatto finta di non sapere, malgrado le immagini, i documenti, le testimonianze inequivocabili. La veggenza, in questo senso, non è previsione del futuro: è la capacità di vedere il presente senza gli schermi che tutti gli altri accettano. Un dono che è per intero una conquista, e che si paga con la solitudine di non essere creduti.
Se dalle prime tre letture si passa alle altre due, sembra di cambiare argomento, e invece si scende soltanto di scala. Perché la stessa partita fra nome e sostanza si combatte, con altre armi, sui luoghi. La turistificazione del palco, raccontata da Jacobin, descrive come anche la musica dal vivo stia diventando un dispositivo di rendita: il valore si concentra su pochi grandi nomi e pochi organizzatori, i prezzi salgono per tutti come salgono gli affitti nelle città consumate dal turismo, le sale piccole chiudono, chi comincia non trova più un palco. È lo stesso movimento che espelle gli abitanti dai centri storici trasformati in vetrine. La trama viva di un luogo — le botteghe, i debuttanti, le relazioni che vi si sedimentano — si assottiglia due volte, mentre resta in piedi soltanto la scena, il fondale, il marchio. Il grande evento non somiglia alla turistificazione: la mette in moto, e ne diventa un asset.
E il bosco incartato del Manifesto chiude il cerchio con l’immagine più netta. I cartelloni pubblicitari che si moltiplicano lungo le strade, il paesaggio ricoperto da una selva di annunci, mentre altrove nel mondo si comincia a diradarli, a ridurne numero e misura. Il paradosso è tutto lì: ci affanniamo a salvare l’albero e lasciamo che venga cancellato il contesto in cui l’albero vive, il senso del luogo. Salviamo la cosa e perdiamo la relazione che la teneva viva. I cipressi che un poeta rese eterni, alti e schietti lungo la strada, oggi corrono affiancati da una fila di insegne: e non è dettaglio, è il sintomo. È la differenza, ancora una volta, fra abitare un posto e consumarne l’immagine, fra il patto che lega chi resta e il contratto che monetizza chi passa.
Messe in fila, queste cinque letture raccontano una stessa espropriazione e, in controluce, una stessa possibilità di riscatto. Lo sguardo è la posta in gioco: sull’evento come sul territorio, c’è chi vuole ridurlo a superficie — narrazione confezionata, palco a rendita, paesaggio incartato — e c’è chi prova a riprenderselo. Riprendersi lo sguardo significa rifiutare l’idea che un luogo sia un giacimento da valorizzare e un fatto una merce da impacchettare; significa tornare a vedere ciò che c’è, con la fatica e la solitudine che questo comporta. Le cosmologie che non hanno mai smesso di pensare la terra come una trama di relazioni, e non come uno stock di risorse da mettere a reddito, ci ricordano che questo sguardo non è nostalgia: è una forma di realismo più profondo, quella che accoglie ciò che si dà invece di afferrarlo per prezzarlo.
Non a caso la vicenda di Indymedia si chiude — lo ricordava quel racconto — con un archivio rimasto muto per quindici anni e poi rimesso in rete, proprio in vista dell’anniversario. È il gesto che tiene insieme tutto il resto: la memoria che non si lascia archiviare, che continua a parlare al presente in modo scomodo. Vale per Genova, vale per una sala da concerto che abbassa la saracinesca, vale per una strada di campagna sepolta sotto i cartelloni. Riprendersi lo sguardo è, alla fine, un atto di speranza: la scommessa che ciò che è stato visto e detto una volta possa tornare a farsi vedere, e questa volta, finalmente, essere creduto.





