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di pierluigi piccini
Sotto il rumore del risiko bancario si muove una cosa sola, e conviene dirla prima di ogni cronaca. Il Monte dei Paschi ha smesso di essere, per Siena, un’appartenenza, ed è diventato una grandezza: qualcosa che si può comprare, cedere, spartire, compensare in denaro. In ogni scenario che oggi si affronta, la città non figura più come un soggetto che decide, ma come una quantità da sistemare. Le offerte, le controfferte, la retorica della serenità sono tutte rifrazioni di questo unico passaggio, e senza tenerlo fermo si finisce per commentare le mosse senza vedere la partita.
Il segnale è già nel gesto che ha fatto notizia. Messina, alla Cnbc, cita Draghi e assicura che faranno tutto il necessario, garantendo agli azionisti la serenità e la trasparenza nella governance che oggi al Monte mancherebbero. Ma il «whatever it takes» del 2012 diceva esattamente il contrario di ciò per cui viene ora evocato: affermava l’irreversibilità dell’euro, l’esistenza di qualcosa che sta fuori dal mercato perché è la condizione stessa del mercato. Prestare quella formula a un’acquisizione significa capovolgerla: la parola che dichiarava l’intangibile diventa il motore di una trattativa. Non è un dettaglio retorico. È l’intera vicenda in miniatura.
Da qui si capisce che cosa sia la serenità promessa. È il nome gentile della resa. Si è sereni quando la decisione non è più affar proprio, il porto è sicuro perché non si deve più navigare. A un territorio non si offre quiete se non gli si sta togliendo ciò che quella quiete dovrebbe far dimenticare. È l’anestesia che accompagna un’operazione, non la calma di chi governa se stesso.
La geometria industriale lo conferma senza margini, perché si smembra soltanto ciò che è già stato ridotto a somma di parti. La seconda fase prevede la cessione di 635 filiali del Monte, conferite in una nuova banca; l’assemblea di Unipol ha appena approvato con il 99,7 per cento un aumento fino a 2,5 miliardi per rilevarle e fonderle con Bper nella nuova entità che si chiamerà Banca Monte dei Paschi, salendo così oltre il quaranta per cento del capitale della banca emiliana. Il marchio non muore: migra. E un’istituzione di cui si può far migrare il nome, ripartire la rete, riassegnare il perimetro, è un’istituzione che qualcuno aveva già pensato come merce ripartibile molto prima di comprarla.
La conferma più cruda, del resto, viene dalla difesa, non dall’attacco. Lovaglio e Castagna lavorano a una fusione tra Mps e Banco Bpm con una componente cash pensata proprio per gli azionisti senesi, così da rendere il progetto competitivo anche sul piano finanziario. La logica si smaschera da sola: per trattenere Siena, si paga Siena. Ma si compensa ciò che si sottrae, e quel denaro è la confessione che perfino chi vuole salvare il Monte parla la stessa lingua di chi lo vuole comprare. Milano che acquista o Siena che si fa acquistare meglio: cambia il contraente, non il registro. In entrambi i casi l’appartenenza è già stata convertita in una cifra.
Un solo attore, in tutta la scena, nomina ciò che nessuna cifra raccoglie: il sindacato, quando parla del Monte come patrimonio non soltanto economico ma civile e identitario, e conta i lavoratori che quella conversione lascia scoperti. Non è sentimentalismo. È l’indicazione esatta di ciò che un’operazione finanziaria non può acquistare e proprio per questo dissolve — il legame per cui un’istituzione, in un luogo, è parte del modo in cui una comunità si è pensata capace di decidere di sé.
Bisogna però essere esatti sulla storia, perché è dall’esattezza che dipende tutto il resto. Sarebbe comodo far cominciare la perdita dalla riforma del 1995, dalla nascita della società per azioni accanto alla Fondazione. È vero il contrario. Quella riforma diede al Monte struttura moderna, capacità patrimoniale, autonomia gestionale: gli strumenti per stare sul mercato da protagonista, non per esservi liquidato. Fu un rafforzamento. La sovranità si è persa dopo, e la si è dissipata con le proprie mani. Un nome basta a dirlo: Antonveneta. Un’acquisizione pagata molto oltre il suo valore, poi coperta con una finanza costruita per nascondere il vuoto anziché colmarlo. È lì che una banca sana ha cominciato a diventare un bilancio malato, ed è da lì la strada che ha costretto lo Stato a entrare per necessità, azionista di un residuo che oggi attende soltanto la finestra buona per collocarsi. Il 1995 aveva consegnato al Monte gli strumenti per restare padrone di sé; sono stati sperperati, non sottratti.
L’incanto di oggi, dunque, non apre la dispossessione e nemmeno la decide: la porta a termine. È l’ultimo atto di un declino con una data d’inizio precisa, che non è quella della riforma. La città vi assiste da spettatrice del proprio inventario, ma dovrebbe sapere che quell’inventario non è arrivato da fuori: è stato preparato dentro, da chi quella banca l’ha governata dopo averla ricevuta più forte di come l’avrebbe lasciata.
Sta qui il punto, ed è da qui che va tratta l’unica conclusione seria. La serenità che vale la pena rivendicare non è la calma di chi è stato liquidato, ma la capacità di tenere qualcosa fuori dal mercato — di conservare, nel governo dei propri beni comuni, un margine che non si tratta. È questa, e non l’ampiezza di un patrimonio, la sostanza di ciò che chiamo democrazia territoriale: non possedere tutto, ma sottrarre alla vendita almeno le decisioni che dicono chi siamo. Fuori da questo, ogni offerta è generosa e ogni serenità è sincera. E per questo, entrambe, sono il segno di una resa.





