
Il governo del Monte. Perché il Banco si è ritirato e quali carte restano a Siena
1 Agosto 2026Il comò — L’applauso nel buio
di pierluigi piccini
Mio nonno mi raccontava di un ufficiale tedesco che, nei giorni del passaggio della guerra, entrò nella chiesa di San Bartolomeo e si mise a suonare l’organo. Suonò bene, diceva, suonò a lungo, come uno che sapeva. Poi si alzò, imbracciò il mitra e scaricò una raffica contro le canne. Uscì. Questa scena la tengo nel comò da sempre, in fondo, e ogni tanto la riprendo in mano perché non riesco a spiegarmela e proprio per questo non la lascio andare.
Per anni l’ho letta come una contraddizione: come si fa a suonare e distruggere? Ci turba perché crediamo che la bellezza e la violenza stiano su fronti opposti, e che chi ha sentito l’una sia in qualche modo vaccinato contro l’altra. Ma quell’uomo non ha prima amato l’organo e poi tradito. Per lui era un’unica linea continua. Ha suonato per prendere — suonare era già un modo di impadronirsi di quella voce — e ha sparato perché nessuno, dopo di lui, potesse prendere ancora. Non ha amato l’organo: l’ha consumato. E chi consuma non sopporta che la cosa gli sopravviva. La raffica non serviva a niente, militarmente: un organo non si conquista. Serviva a dire una cosa sola, e crudele: «arrivo perfino alla vostra musica, alla vostra preghiera, alla cosa che credevate al sicuro dentro le mura».
Pochi mesi prima, o poco dopo — la memoria di famiglia non tiene il calendario — sulla cima del monte accadeva lo stesso gesto, in scala di cielo. Il 17 giugno 1944 i tedeschi in ritirata minarono e abbatterono la croce: trentacinque quintali di ferro sbriciolati nell’esplosione. Non fu rabbia cieca. Fu una demolizione studiata, applicata alla cosa più alta e più amata proprio perché alta e amata. Chi se ne va lasciando terra bruciata sceglie con cura cosa colpire: sceglie il segno che tutti guardano, perché tutti lo vedano cadere. L’organo e la croce sono lo stesso gesto — il possesso che, non potendo restare, distrugge — l’uno sussurrato dentro una navata, l’altro gridato contro l’orizzonte.
E qui l’insegnamento, che è duro e va tenuto senza consolazione: la cultura non salva. Il secolo scorso ce l’ha ripetuto fino alla nausea. A Weimar, sull’Ettersberg, cresceva una quercia sotto la quale — si racconta — Goethe si sedeva a scrivere; attorno a quella quercia hanno costruito Buchenwald, senza abbatterla, e i deportati hanno lavorato all’ombra dell’albero del poeta. Otto chilometri separano la casa di Goethe dal campo, e nessun muro dentro di essi. Si può conoscere Bach a memoria e firmare deportazioni, commuoversi per una fuga e ordinare una raffica. Non ci difende dal male l’aver sentito la bellezza. Anzi: la forma più profonda dell’orrore non è il barbaro che distrugge senza capire, è l’uomo colto che distrugge sapendo. Quel tedesco ha suonato bene, cioè ha dimostrato di sapere esattamente cosa stava per uccidere.
Ma c’è una crepa, ed è lì dentro che tengo la speranza. Il distruttore ha dovuto suonare prima di colpire: senza volerlo ha reso omaggio, ha ammesso che quella cosa aveva potere su di lui. E ciò che si consuma per possederlo è sempre più fragile di ciò che si riceve per custodirlo. La quercia di Goethe bruciò nel 1944, colpita durante un bombardamento; ma i prigionieri — quelli che non dovevano sopravvivere — ne conservarono il ceppo, non lasciarono che lo portassero via. Non è stata la quercia a salvare gli uomini: sono stati gli uomini a salvare il senso della quercia. Non è l’eredità che redime chi la riceve; è chi la riceve che redime l’eredità, tenendola in vita quando tutto congiura a spegnerla. Chi distrugge vuole essere l’ultimo. Chi ricorda gli toglie l’ultima parola.
E la croce? La croce è la prova che tutto questo non è un modo di dire. Perché lassù la staffetta ha un volto, anzi ne ha quindicimila. Quando la buttarono giù non lasciarono un lutto muto: lasciarono un cantiere. Finita la guerra, dentro le ristrettezze di un Paese in ginocchio, si costituì un comitato che la volle di nuovo in piedi, e lo chiamò «per la rielevazione della croce del Monte Amiata»: del monte, di tutti, non di un paese solo. Fabbri e meccanici, otto chierici di passaggio che diedero le mani, i soldi raccolti dov’era rimasto poco da dare. In tre mesi il segno tornò in cima. Tornò così in fretta perché era nato per doni e non per possesso — il ferro battuto nelle officine senesi, le braccia di chi cavava il monte, la folla che il primo giorno del 1910 era salita da ogni paese amiatino — e ciò che è di tutti, quando cade, tutti lo rialzano.
Poi venne la notte del racconto fatto luce. Il 24 agosto 1946 la croce non fu benedetta da un papa salito lassù: fu accesa da Roma, con un impulso arrivato per radio, e per una notte la cima divenne un punto luminoso visibile fino a quasi duecento chilometri. Quindicimila persone si radunarono alle falde del monte e salutarono l’accensione con un applauso lunghissimo, poi ascoltarono in silenzio una voce arrivare da lontano. Fermiamoci su quell’applauso, perché è lì il cuore di tutto. Non applaudivano un monumento: applaudivano la propria ostinazione. Quel boato di mani era il coro di chi non aveva accettato la distruzione — la risposta collettiva, corale, alla raffica solitaria di due anni prima. Uno aveva sparato da solo, nel buio di una navata, per essere l’ultimo. Quindicimila risposero insieme, alla luce, per dire che l’ultimo non sarebbe stato lui. La commemorazione vera non fu un discorso: fu quel muro di applausi nel buio, il suono di una comunità che si riprende il proprio cielo.
Ecco perché gli ottant’anni non celebrano una data. Celebrano una forma: distruzione, rinascita, racconto — i tre tempi di un solo respiro. La distruzione è il gesto di chi vuole essere l’ultimo. La rinascita è la comunità che rifiuta di dargli l’ultima parola. E il racconto è ciò che rende la rinascita definitiva, perché la croce di ferro si può riabbattere, ma la storia di una croce abbattuta e rialzata da quindicimila persone, una volta raccontata, non si abbatte più.
E il racconto, per me, ha un nome preciso: è mio nonno. Lui ha parlato. Il racconto è l’esatto contrario della raffica: rimette in piedi, con le parole, ciò che l’altro aveva buttato giù. Della vicenda dell’organo è sopravvissuta ogni cosa — la chiesa, la scena, lo sgomento — tranne il nome dell’ufficiale, che nessuno ha tenuto perché non meritava di durare. È arrivata a me di mano in mano, come il ferro salì in vetta, sulle spalle di uomini diversi, un pezzo alla volta. La memoria è una ricostruzione a staffetta: si prende il testimone dalla mano di prima e lo si allunga alla mano di dopo. Chi lo tiene per sé lo spegne; chi lo passa lo mantiene acceso.
Perciò, in fondo al comò, non custodisco un organo sfondato né una croce abbattuta. Custodisco il gesto di una mano — quella di mio nonno mentre mi consegnava la sua scena, quella dei quindicimila che applaudivano nel buio, quella dei prigionieri che stringevano un ceppo bruciato. È quello, il testimone. E adesso, scrivendone, lo sto allungando oltre. Il poco e l’enorme che ci è dato fare, contro chi vuole essere l’ultimo, sta tutto in questo verbo semplice: continuare. È la cosa che non brucia.





